Prendo spunto dalla segnalazione di Mantellini riguardo il ritorno all’insegnante unico (“più quello di inglese”) nelle scuole elementari.
Quando leggo spunti su una (ennesima) riforma della scuola primaria italiana resto sempre deluso e vagamente inquieto; il tema mi è caro perché sono cresciuto circondato da insegnanti, a partire da mia madre, insegnanti che ancora esercitano, di cui viene riconosciuto il valore (estremo) nella comunità , una comunità che si trova a Sud (parecchio) ma in cui le scuole funzionano, gli alunni diventano grandi, e quelli che escono dalle elementari con “Ottimo” al 90% si confermano anche al Liceo, emigrano, e fanno la loro figura nel sistema universitario “del Centro/Nord” dove pure sono costretti a confrontarsi con colleghi dal background più rinomato. E che la loro figura la continuano a fare anche nel mondo del lavoro. Succede anche partendo da Sud, sapete.
La leggerezza con cui ci si professa (in questo esempio) a favore del ritorno all’insegnante unico mi lascia perplesso, “inquieto” appunto. La motivazione squisitamente economica (il calcolo è facile, se si passa da 3 insegnanti per due classi a uno per una classe, si risparmia il 50%) sembra far pendere il piatto della bilancia da chi appoggia questa mozione; naturalmente le cose sono un filo più complesse di così.
Nella scuola elementare da cui provengo, 25 anni fa, quando c’ero io a occupare i banchi, i maestri già si alternavano all’interno delle interclassi, formando team di lavoro dalla connotata specializzazione individuale, come si direbbe oggi, o dandosi una mano, come si diceva allora. Il docente più capace nell’insegnare matematica e scienze andava a tenere lezione nella classe dell’insegnante fortissima in italiano e storia. Succedeva già allora, prima che fosse formalizzato nel concetto di “modulo”, che ci si specializzasse e si continuasse a studiare (e a formarsi) nei campi di eccellenza indivudale.
Con la formalizzazione legale e organizzativa le specializzazioni diventarono tre, quindi in tempi recenti c’è già stata una nuova riforma volta al ridimensionamento dell’organico. In questi 25 anni, però, gli insegnanti hanno continuato a formarsi nel loro specifico campo d’azione, finanziati e motivati da Provveditorati e Ministeri vari. Il concetto di team è rimasto, come anche quello di specializzazione individuale. Abbiamo quindi diverse generazioni di insegnanti strutturate dalla formazione e dall’esperienza sul campo principalmente su un settore, in cui valgono 100. Negli altri due settori valgono 30. Per risparmiare, Citati ci consiglia di mandare i nostri figli in scuole dove avranno un insegnante che varrà 100/30/30, piuttosto che mandarle in scuole dove tre insegnanti fornirebbero e hanno fornito fino ad’ora un’istruzione 100/100/100 (in via ideale naturalmente).
Questa sarebbe la grande idea del lucidissimo Citati.
Che si sbilancia, e vorrebbe la stessa cosa anche nelle scuole medie inferiori (dimostrando che nell’ambito della secondaria non gli sfugge solo la complessità storico-organizzativa, ma anche il processo di selezione del personale docente).
Il punto è: certo, nella scuola ci sono problemi. Non si arginano i nullafacenti, che esistono e ci pascolano, i POR e i progetti non stanno facendo altro che snaturare il ruolo dell’insegnante, ora sempre più segretario e ghost-writer del Dirigente-Project-Manager-Fund-Raiser, ci sono casi di degrado assoluto. “Tagliare”, però, non mi sembra né l’uovo di Colombo, né una soluzione particolarmente illuminata.
Ora, l’incompetenza mi fa inquietare, certo, ma non è solo questo. E’ che leggo da tempo e troppo spesso, proprio da quelle aree socioculturali da cui mi aspetterei profondità e saggezza, analisi e proposte di soluzioni-biscottino per problemi e ambiti del Paese che ne sanciscono il destino futuro; sonore, superficiali e miopi, come una hit da radio, di quelle che al primo ascolto ti lasciano soddisfatto di aver capito tutto. Ma che alla prova del tempo neanche ci arrivano. Mi sembra, ancora, che si sia perso il gusto della complessità , di pensiero, di analisi, di lavoro. E tutto questo, sì, mi inquieta.
