telemac0

per coloro cui piace presumere

Attese (movimento e chiasmo in prima e seconda persona)

A Roma coi mezzi ci si muove male.

La favola del Giubileo è finita e ha lasciato tante corse e tanti autobus e tanti tram nuovi e luccicanti. Ma solo a Ovest. Nord-Ovest, Sud-Ovest. Nella Roma medioboghese, al centro o vicina a, che fa tanto cartolina e Caro Diario e Campo de’ Fiori.

Ma Roma non è mica questa. Per fortuna. Roma è un insieme di grossi paesi con nomi di strade consolari, tutti situati a Est, anche perché ad Ovest non ci si può più allargare, è finito lo spazio; ma il Tiburtino, la Prenestina, la Casilina, il Tuscolano, la Collatina, questi posti vengono male sulle cartoline, e allora è difficile che qualcuno se ne occupi sul serio, o che se ne parli. Di questi posti, frazioni di Roma popolate quanto un capoluogo pugliese, ce ne sono molti, e moltissimi ce ne saranno. Sempre più a Est.

Vivo in questi posti. Sono pendolare all’interno della mia città  di residenza. Il 542 mi porta fino alla metro B che spacca la capitale fino al Colosseo in un quarto d’ora. Ma bisogna arrivarci, alla metro. Al ritorno evito il percorso inverso che per una strana configurazione della mobilità  di massa mi prenderebbe il doppio del tempo, e torno in tram, partendo da Termini. Investendo solo un’ora del mio tempo libero. Solo un’ora, un’ora e un quarto.

C’è di peggio. Il trenino della Casilina, “la metro all’aperto”, tre vagoni di ruggine gialla e grigia che inscatolano esseri umani e odori. I tram la mattina, non i colossi allegri verdi, nuovi e condizionati, che gongolano tra Largo Argentina e Trastevere, ma quelli che tra qualche anno saranno storici ma che per ora sono solo vecchi, che urlano ferro e binari lungo la Prenestina precaria, imbottiti di etnie arrabbiate. Il 451, da cui si esce per forza col mal di testa e di schiena per la pressione a cui si è sottoposti per troppo tempo, per le salite e le discese della Togliatti all’incrocio con la Casilina.

Piano, col tempo, in 8 anni di duro lavoro, di logorio incessante e sfacciato di tutti i direttori del personale e di ogni addetto alle risorse umane che sia passato nella mia azienda, sono riuscito in un’impresa che per molti TempIndeterminati è un sogno lontano, una vittoria alla lotteria: spostare il mio orario di lavoro. Plasmarmelo addosso, cucirmelo. Non sono più obbligato ad entrare per le 9.30. Tanto poco obbligato che negli ultimi due mesi saranno state solo un paio le volte in cui ho timbrato l’entrata in ufficio prima delle 10.00. Una fantasia erotica realizzata; il 542 vuoto, posto a sedere, durata della corsa 15min., poca gente in metro, posto a sedere anche qui, una volata al Colosseo, altro mezzo per un paio di fermate, ufficio. Una mezz’oretta invece che un’ora e un quarto. Tre quarti d’ora di vita tornati in mio possesso. Ogni giorno, dal lunedì al venerdì salvo scioperi malattie ferie e funerali. Fa un sacco di tempo.


Dalle 9 alle 11 ore di attesa per tornare finalmente sui mezzi pubblici, il tragitto verso Termini è un aperitivo sciapo. Fari di auto e di autobus, dei palazzi e della Stazione, ma piazza dei Cinquecento resta buia, sono raggi che puntano al torace o al cielo, il riverbero della luce gialla sull’asfalto rende tutto opaco e irreale finchè non sorpasso il porticato e il tabaccaio coi coltellini svizzeri e i rullatori semiautomatici in vetrina. Poi c’è il nero, e un angolo sorvegliato sempre da ceffi di nazioni lontane che si passano in mano la roba, in sacchetti bianchi ricavati dalle buste dello SMA, tutto lavoro di taglierino e bic. E infine i binari grigi di vecchiaia e un po’ storti, e il marciapiede per attendere il vagone giallo.Le filippine. Ne vedi una che ti arriva al bacino e ha due baffetti accennati e sembra chiedere pietà , non guardarmi e scomparirò, e poi si rianima quando arriva una compaesana.Le filippine, le bengalesi, si conoscono tutte. Si riconoscono sul marciapiede vicino al cartellone con gli orari staccati da vandali con una strana ironia, e fanno gruppo, sorridono di colpo, parlano si rianimano. Ti fanno sentire solo, tu che sai che a quell’ora non incontrerai nessuno di conosciuto, lì, e che comunque sarebbe quasi impossibile incrociare una faccia amica su quel marciapiede a qualsiasi ora. Lo straniero sei tu.

Gli slavi arrivano sempre in coppia, sono sempre due ragazzi mano nella mano o abbracciati, lei ha 25 anni e la faccia bianca e non bella, gli occhi col taglio cattivo, vestita come la parodia malriuscita di una romana alla moda; è magra e i fianchi sporgono duri. Ha gambe affusolate e sode. Lui ha lo sguardo di chi sa come funziona un serramanico, ha quasi 30 anni i capelli corti e crespi di un castano inutile, tiene sempre lei, o la bacia anche se ti è a fianco, anche se c’è il rischio che un colpo di lingua ti pulisca una guancia. Se ne stacca, si gira e ti guarda orgoglioso, lei è sua. Ok.

I senegalesi ti fanno sentire piccolo più di quanto tu sia. Sono sculture di uomo nella pietra nera, hanno facce bellissime e stanche; si portano appresso enormi borsoni a base quadrata, neri e di nylon dozzinale, con le cerniere squarciate, che vomitano lembi di qualcosa, ma il loro distintivo sono le bustone azzurre piene di carta che copre falsi di Prada o elefanti in legno e Fendi, Gucci e talismani fasulli. Se vedono uno dei loro sulla banchina, è lì che andranno a sistemarsi per l’attesa; ma non si salutano, non parlano mai, guardano nel vuoto, hanno i globi oculari segnati di rosso e il palmo delle mani giallo. Si siedono se ce la fanno, il carico al loro fianco, e sai che stanno pensando che domani sarà  uguale, identico, sempre.

E’ sul tram, mentre sei nascosto dal libro o dal giornale, che riesci a vedere le arabe. Libanesi, afghane forse. Hanno la pelle del viso liscia, soda, di un colore abbronzato ma che fa percepire le guance rosse, e un fazzoletto in testa, ma i capelli sporgono perchè qui è occidente infedele e un po’ di trasgressione fa sentire vive. Hanno occhi enormi e neri dal taglio che ride, e nasi da corvo. Le sorprendi a sfidare il tuo sguardo orgogliose di sostenerlo, e un po’ ti senti in colpa, che poi, perché? Alla fine incocci anche le cinesi. Mute e serie. I cinesi, gli uomini, girano su Mercedes nero brillante o su SUV, ma le cinesi, le ragazze vanno a piedi, tornano alle 9 da qualche negozio-copertura di riciclaggi o di morti nascoste, e sono impassibili, paralizzate in un’espressione che si sforza di non comunicare nulla.

E poi ci sei tu.

Ma Milano non mi piace abbastanza.

,

One thought on “Attese (movimento e chiasmo in prima e seconda persona)

Lascia un Commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>