handle with philosophy 2010-04-08
(il titolo doveva essere “Pippe mentali gratuite”, ma temevo un’impennata negli accessi a causa delle keyword)
In real life, al di fuori di Internet insomma, si viene percepiti (ovvero, gli altri si creano un quadro cognitivo che ci incasella) sulla base de:
1. il proprio aspetto
2. il proprio livello sociale
3. cosa si dice
4. chi si frequenta
5. ciò che gli altri dicono
6. ciò che si dice di sé
Sui social network, invece, si viene percepiti:
1. per cosa si posta
2. per il propio avatar
3. per cosa si commenta
4. per la qualità di chi interagisce con noi
5. per il numero dei contatti
6. per cosa gli altri dicono
Insomma, il controllo dell’immagine mentale che gli altri si faranno di sé è molto più sotto controllo sui Social Network (almeno dal mio punto di vista). Molti ci han costruito piccole carriere, su questa gestione della propria immagine sociale, altri se ne dimenticano spesso. Questi ultimi sono la maggioranza.
Insomma oggi l’avevo preso già di ferie, non dovevo essere qui, invece son qui, ma ho il giorno di ferie, perciò a lavoro non ci vado comunque, resto a casa, sto anche malino, ma faccio due giri di quelli che bisognerebbe farli nei feriali, dal lunedì al venerdì, solo che io nei feriali lavoro.
Ma non oggi.
Quindi vado in banca, ché mi si è sminchiata la chiavetta per l’home banking. La mia filiale è giù in Puglia, da sempre, ho chiesto anche se era necessario cambiarla ma loro “ma figurati! con la circolarità del conto è uguale”. Ottimo. Quindi vado qui, dietro casa.
Poi il mio conto era Intesa, ma al paese han cambiato da “Intesa” a “Banco di Napoli”, è una sede che cambia spesso insegna, ma dentro ci son sempre le stesse persone, però tra acquisizioni e il resto l’insegna cambia, e anche l’arredamento. Comunque è sempre Gruppo Intesa San Paolo anche il Banco di Napoli.
Quindi vado qui dietro casa, dico: figata, mi sento già circolare.
Allora le banche uno dice gestiscono un sacco di soldi virtuali e pochissimi veri, quindi insomma coi software dovrebbero avere l’ECCELLENZA ASSOLUTA, non dico i missili teleguidati ma almeno un Need for Speed, no?
Insomma l’impiegata gentile che mi accoglie sollevando il sopracciglio e verificando accuratamente che quello nella foto della patente fossi io la prospetta subito meno circolare, e più quadrata. Anzi triangolare, con angolo molto acuto.

Perché insomma “quelli del Banco di Napoli” ci abbiamo sempre problemi, con quelli. Va bene, possiamo provare? Certo. Ottimo.
Quindi accede al terminale. No, “apre l’applicazione” sarebbe troppo. Accede al terminale. Nel senso di finale, definitivo, tipo La Morte.
L’anagrafica è sbagliata, c’è la mia vecchia residenza. Ok, cambiamola. Non mi fa accedere. Guardi, ho portato Le Carte. Le consiglio di cambiare conto, di venire qui da noi, del resto abita qui.. Certo, ma giù sa com’è, mi han detto che son circolari, e poi se uno ha bisogno di qualcosa quelli del paese, una telefonata.. Quindi ha un numero, può chiamare qualcuno? Effettivamente no. Sa, a me i telefoni stanno un po’ sulle balle. Loro, sì, son circolari.
Ecco, trovato, l’ho trovata, mi dice che il suo conto è estinto. Risata isterica (mia). Ah, no, solo l’home banking. L’home banking è estinto. Senta, la chiavetta s’è sminchiata, ma venerdì scorso ero dentro l’home banking, poi al momento di fare il bonifico s’è fusa la chiavetta e mi restituisce solo una serie di 8. Decine di otti. Mijaja di otti. Guardi, questo è il numero di filiale, questo il conto corrente, mi faccia il piacere di riprovare.
No, niente, non mi fa accedere.
Insomma mentre dei fosfori verdi lampeggiano su schermate che dovrebbero descrivere me e la relazione coi miei soldi che mensilmente vanno su quel conto grazie al lavoro che faccio con regolarità e con una certa dedizione, io mi chiedo se c’è anche solo un motivo per non spaccare tutto. Poi saluto educato e ringrazio della cortesia e dell’efficienza, e torno verso casa chiedendomi quale sia la formula matematica che mi consenta di calcolare la velocità a cui bisogna lanciare una Volkswagen Lupo per sfondare una porta blindata.
Esperienza (dimostrabile) nella gestione delle espressioni facciali dinanzi a stimoli comici, ambigui, paradossali.
Conversazione improvvisata a partire da due parole chiave; intuito, colpo d’occhio. Anche in inglese. Francese e spagnolo: studi avanzati di sorrisologia delle relazioni umane.
Prontezza di riflessi; picchi encefalografici immediati anche dopo ore di stato ipnagogico.
Eccellenti capacità di adattamento a superiori bipolari.
Sviluppatissime capacità di automotivazione e autogratificazione. Maturate in condizioni estreme e disperate.
Tempi di produzione di report e documentazione a partire da titolo e descrizione: 10pagg/ora.
Codicologia e decifrazione crittogrammi di direttori e amministratori delegati su requisiti funzionali o indicazioni contenutistiche.
Naturale propensione al problem solving, alla facilitazione, alla gestione dei conflitti. Anche tra teste di cazzo di spessore notevole e di ruolo più elevato.
Oggi si tiene l’udienza chiave per il processo a Moggi – processo nel quale stanno spuntando telefonate da parte di molti “santi” del calcio italiano, tipo la buonanima di Facchetti per fare un esempio esplicito, e i quotidiani online stanno dando evidenza delle nuove rivelazioni con lo strumento della “diretta”.
Purtroppo anche la cronaca – la cronaca - oggi è manipolata.
Prendiamo in esame un lasso temporale definito: dalle ore 11.20 – 12.50
Versione di Tuttosport:
Dettaglio, evidenza alle frasi chiave, ma si sa, loro son juventini.
Versione Gazzetta dello Sport:
Dettaglio, qualche avverbio e qualche locuzione strategica (c’è un “in realtà” che grida vendetta, vicino a Facchetti che esplicitamente chiede a Bergamo di “mandare Collina”), ma si sa, loro son milanesi. E con Calciopoli ci hanno mangiato parecchio.
Ma veniamo ora a Repubblica online:
Bene, per Repubblica dalle 11.20 alle 12.50 NON E’ SUCCESSO NULLA.
Naturalmente, il fatto che Moggi avesse proibito a Crosetti di salire sull’aereo della Juve e che tenesse alcuni cronisti sportivi di Repubblica ai margini delle conferenze stampa non ha nulla a che vedere con questa dimenticanza.
Sarà tutta colpa di uno stagista.
Uno perde le elezioni, uno che ci aveva sperato, e pensa: ora cerco qualcosa da leggere. Va bene tutto, la spietata analisi che prospetta che il presente nebuloso si trasformi in catastrofe globale, in implosione, in carri armati che girano per strada. O una lucida riflessione densa di spunti construens per prendere una boccata d’aria e di speranza che duri 3 anni, giusto in tempo per le prossime illusioni elettorali. Qualcosa di sincero.
E invece, niente.
I dalemiani (ma non li chiamate così – si incazzano) spuntano, radi, circospetti, su Friendfeed e su Facebook (di post sfacciati al riguardo tra i miei feed non ne ho letti, ma non saprei dire se dipende dalla mia selezione delle fonti o dal pudore che li ha fatti optare per la ritirata strategica), impegnati in incognito a difendere la più triste delle utopie degli ultimi due secoli: il dalemismo radical-chicchettone spinto a propulsione wannabe-intellettual-liberist-pragmatista (mioddio); rintuzzano un’accusa agli apparati qui, accusano i grillini rei di aver partecipato alle elezioni lì, tirano una stilettata acida a Vendola un po’ più in là. Pochi, decisi e organizzati. Del resto, la tattica è sempre stata un pregio riconosciuto all’idolatrato.
Altrove, i veltron-franceschin-chisachialtriani, tipo il buon Wittgenstein, uno peraltro che sembra ci creda, che si impegna, che quasi mi dispiace; uno che però te lo ritrovi a sparare uno dei sillogismi più loffi mai pubblicati sui blog italiani e mi spingerei a dire del mondo: “il PD non è esistito, nell’ultimo anno, si è parlato solo degli scandali privati di Silvio, quindi è chiaro che l’antiberlusconismo non paga“. Da cui, continuando sulla scia dell’illuminata riflessione, ricaviamo che antiberlusconismo = non fare niente. O immaginiamo, per deduzione, che Veltroni aveva stravinto. Facezie di questo tenore che non tengono conto, ad esempio, di CHI si è occupato di raccontare al 90% degli italiani quegli scandali, mentre il PD era immobile. Di Pietro e Grillo, e Minzolini e Vespa, intanto, se la ridono.
Roba da far cascare le palle (ops, le braccia) molto più che una sconfitta elettorale, insomma. Primo, perché non è di nessun conforto, non per me almeno; ah, lo so che non è per confortarmi che gli uni e gli altri scrivono: grazie, ci arrivo. Secondo, perché si tratta del simulacro, del modellino in scala della partita che in questo momento, in tutti i momenti, si gioca nel PD: veltroniani, dalemiani. “Minoranze” e “maggioranze“. Una lotta di posizione combattuta, sì, ok, ma in punta di fioretto perché mica siamo come quelli lì che pensano solo al potere e ai propri interessi personali. Proprio quello di cui aveva bisogno un elettore che ha perso dopo che ci aveva pure sperato.
E basta anche coi pensierini postelettorali, ché i registri si inacidiscono, la monotematicità non è il mio forte ma alla fine parlo solo di PD, e tutto il resto che avrei da scrivere – e sulla destra che ha vinto ne avrei tantissimo da scrivere, ma tanto non mancheranno di darmi modo di ritornarci – lo ributto giù ingoiando amaro.
(nota finale: mi sono riletto e mi stavo cestinando; mi dico: bastano Gasparri Bondi Bonaiuti e Capezzone a dare addosso al PD, e sulla stessa barca di ’sti qui ci starei decisamente scomodo. né questo specifico post ha lo scopo di innervosire qualcuno. ma oramai l’ho scritto, di rieditarlo per ammorbidirlo neanche se ne parla, e perciò ora è online. tanto la barca è un’altra, e si capisce.)
Nei quindici secondi successivi ad ogni chiusura di seggi, per qualsiasi elezione (politiche, europee, amministrative, Miss Italia, amministratore di condominio) spuntano fuori i sondaggi interni del PD. Non è che li sventolino, eh, uno se li deve andare a cercare, ma qualcosa trapela.
Ai vecchi tempi, quelli che sembravano brutti ma poi alla fine uno ci ripensa, vabe’, ai vecchi tempi, dicevo, i sondaggi interni di quelli lì che ora si fanno chiamare PD erano calibrati con la cura di un mastro orologiaio. Affidabilità stellare, precisione, meticolosità.
Oggi la storia vira di brutto sul perverso.
Alle 15.01 di ogni lunedì elettorale, dal PD trapelano sempre voci ottimistiche. Sorrisoni. Pacche sulle spalle. Complimenti per l’ottimo lavoro. Col passare dei minuti, gli orbicolari della bocca si tendono fino a sfiguare il sorriso in paresi. Da lì, il wagneriano crescendo: fronte corrugata, occhiaie, lordosi acuta, ittero, catatonia, morte apparente, Fassino.
Ora, fosse una roba morbosetta che piace tanto a loro, e che esercitano nel chiuso delle loro stanzette, mi andrebbe anche bene. Ma guardate che noi ci crediamo. Sempre, ogni fottuta volta.
(tempo e sistematizzazione delle idee permettendo, rassegnato all’idea che un Grande Post non lo avrei mai scritto)
A proposito del PD. Dopo aver perso il Lazio e il Piemonte, aver fatto una figura barbina in Puglia, aver rinunciato alla campagna elettorale in Veneto e Lombardia, aver giustamente perso la guida della Calabria e della Campania martoriate e inefficienti, sento dire:
Ah, bisognerebbe cambiare Segretario.
Ah, bisognerebbe cambiare dirigenti.
Ah, bisognerebbe cambiare alleati.
Ah, bisognerebbe cambiare linea politica.
Ah, bisognerebbe cambiare approccio col territorio.
Ah, bisognerebbe cambiare il programma.
Oh, ragazzi: non è che siete voi, a dover cambiare partito di riferimento?
Se di quel partito non vi piace segretario, dirigenza, strategia, tattica e programma, ma perché vi ostinate a votarlo? Eh, dice, il voto utile. Eh beh, dico io. Utilissimo.
Torno a scrivere perché certe cose devono essere conservate a futura memoria.
Questo è Berlusconi che saluta la piazza vuota. Sicuramente ora arriveranno un milione di persone a riempirla, eh. E comunque, dopo aver visto “Avatar”, tutto è possibile.
“Ci sono uomini soli per la sete d’avventura,
perché han studiato da prete o per vent’anni di galera,
per madri che non li hanno mai svezzati,
per donne che li han rivoltati e persi.”
(Anonimo poeta del ‘900)
Mancano circa 24 ore alla presentazione della Prossima Cosa targata Apple e, visto che neanche per il lancio dell’iPhone mi ero fatto prendere così tanto dal ciclone di indiscrezioni che precede questo tipo di eventi, ne approfitto per tirare le somme delle indiscrezioni e mescolarle con un po’ di mie aspettative sull’oggetto in questione in modo da contribuire all’entropia e aumentare la confusione generale.
Design e features
Tutte le indiscrezioni e i mockup pubblicati sembrano andare nella direzione di un grosso iPod Touch, di circa 10 pollici di diagonale. Fino a un mese fa la voce più ricorrente sembrava puntare verso un primo lancio di un dispositivo da 7 pollici cui sarebbe poi seguito un upgrade a 10”, ma ora le voci sono piuttosto concordi nel parlare di qualcosa che va tra i 10 e gli 11 pollici di diagonale. C’è da notare che, mentre i 7 pollici, con una cornice “minimal”, sarebbero comunque rientrati nel concetto di “tascabile”, 10 pollici in tasca sono decisamente più impegnativi. Certo, dipende dalle tasche. Andando sul personale, è da un anno che sognavo un iPod touch con scheda 3G e grande almeno il doppio: scrivere sull’ipod touch è impegnativo quando si vuole esprimere un concetto che vada oltre le 3 righe, e anche leggere non è il massimo se non si capita su siti con versione iPhone/Mobile, o che siano stati pensati con un buon design dei testi.

Target
Le indiscrezioni dell’ultima settimana descrivono l’iPad (o iSlate, o Canvas, o iBook… per il momento facciamo iCoso) come uno strumento per tutta la famiglia, o comunque “da casa”, che possono utilizzare più persone, il riconoscimento delle quali sarà basato su un sistema di riconoscimento facciale che sfrutterà la cam integrata. Sempre negli ultimi giorni Appleinsider, Jesus Tablet, MacRumors e tanti altri continuano a raccontare di accordi siglati con editori (l’ultimo di cui ho letto mi sembra essere MacGraw Hill). Quindi da un lato si rincorrono le voci che vogliono fare dell’iCoso uno strumento casalingo, da lasciare sulla scrivania e che ognuno potrà utilizzare perché ad ognuno verrà presentata l’interfaccia personale del dispositivo senza bisogno di noiose operazioni di disconnessione/login; dall’altro lo si prospetta come la killer application per l’introduzione massiva dei libri elettronici nelle scuole.

Tenendo conto che scopo di questo oggetto sarà (mi sembra evidente almeno per giustificare l’hype generato) quello di creare una nuova fascia di mercato, posizionata a metà tra lo smartphone e il notebook, nessuna di queste due applicazioni mi colpisce particolarmente. Ad e-reader decisamente più interattivi dal punto di vista dell’input utente ci saremmo arrivati comunque (gli e-reader attuali non sono di certo sostitutivi dei libri scolastici proprio per le limitate possibilità di interazione col testo scritto, di pubblicazione di immagini a colori, di completamento delle pagine con input utente..); mentre ciò che io – personalmente – cerco in un dispositivo non è una sua presunta “condivisibilità”, ma al contrario la massima personalizzazione, l’estensione delle mie capacità operative/cognitive, una portabilità elevata che lo renda sempre presente unita ad un’usabilità superiore a quella dell’iPod Touch/iPhone: più schermo, poco peso, più batteria, più potenza di calcolo per farci – ecco dove mi colpirebbe – fotoritocco e mediaediting in generale, applicazioni in multi-tasking, office automation e input di testi con comfort maggiore di quello fornito dai fortunati dispositivi touch per ora disponibili nel bouquet Apple.
E magari, sì – tanto per citare un’altra delle indiscrezioni che girano ultimamente – fruizione di contenuti multimediali (video HD in streaming e non, per capirci) anche se per ora (e questo va sottolineato, visto che in Apple sono bravi a creare nuovi bisogni oltre che a reinterpretare gli attuali) non mi sembra ci sia questa esigenza di guardarsi un film tenendo una roba in mano. Continua ad essere preferibile la postura seduta o sbragata sul divano, a mani libere, insomma.
Interfaccia
Un grosso dispositivo senza tastiera sposta la sfida sul rapporto uomo-macchina, il territorio, dal mio punto di vista, più interessante. Lo smartphone senza tasti è stata una scommessa stra-vinta, anche se il tasto fisico continua a farsi preferire in alcune circostanze “estreme” (è impossibile utilizzare il tatto mentre non si guarda l’iPhone, insomma). La sfida è stata vinta contro le classiche tastiere numeriche, il pennino, scomodo prototipo declinato in varie forme per geek amanti delle sperimentazioni, e contro le tastiere estese, le QWERTY alla Blackberry, per capirci. Il paradigma (argh, l’ho scritto ancora) contro cui va a scontrarsi – sempre rifacendosi alle ipotesi – l’iCoso è invece quello dell’input mouse+tastiera (o tastiera+trackpad, pensando al mondo dei netbook, altro settore che pare Apple abbia nel mirino col nuovo oggetto).
Da questo punto di vista la sfida è più difficile, decisamente, ma altrettanto affascinante. Io per primo sostengo che l’apparato mouse+tastiera sia obsoleto e dato troppo per scontato, visto che sono… due decenni? che non subisce attacchi. Ora la tecnologia sembra essere pronta per modificare il nostro rapporto con il personal computer anche dal lato dell’input utente, e io non vedo l’ora di testare il tutto. Qualcuno dei siti summenzionati, che negli ultimi tempi non hanno risparmiato sui rumors, ha pubblicato anche una serie di scansioni su brevetti per particolari gestures che andrebbero ad aggiungersi a quelle che formano il vocabolario attuale del multitouch declinato da Apple: il flip (dito che scivola e poi si alza dallo schermo) e “l’atterraggio” (l’esatto contrario, dito che comincia il movimento senza toccare lo schermo e lo continua scivolando su di esso) tanto per fare due nomi. Di certo sostituire completamente la tastiera, nel senso di rapprsentazione grafica o fisica di lettere dell’alfabeto, mi sembra piuttosto complicato. Più affascinante è l’ipotesi di utilizzare lo stesso iCoso non solo come apparato a sé stante, ma anche come device di input aggiuntivo (magari collegato ad un monitor) o, come in una delle foto pubblicate, a sua volta come dispositivo di solo-output, collegato ad una tastiera apposita, che oltre ai tasti offra un nuovo sensore multitouch.
Ecco, queste sono decisamente le caratteristiche che mi fanno dire “lo comprerò” prima ancora di sapere di cosa si tratti. Sempre che vengano mantenute queste promesse apocrife, sia chiaro.
Jabberwocky
“Jabberwocky” è il nome di un progetto fittizio che Ted, il geniale protagonista di Better Off Ted, improvvisa per coprire lo spostamento di fondi attuato per compiacere una sua fiamma. L’indiscrezione si gonfia talmente da costringere lui e il suo capo a improvvisare una presentazione per compiacere capi e dirigenti tutti, ansiosi di far parte di questo progetto rivoluzinario. La presentazione colpisce tutti non parlando di nulla e non mostrando nessun prodotto, ma nessuno ha il coraggio di chiedere “ma di che cosa stiamo parlando?”.
Ecco, mi spiacerebbe, l’effetto-Jabberwocky. L’hype è enorme, più in USA che qui da noi, e le voci – che sono sicuramente pilotate anche da Apple – hanno creato aspettative che sarà molto difficile non disattendere. Su questo non-prodotto, l’iCoso, ho letto già analisi finanziarie, previsioni di vendita, scenari possibili. E che tra le feature c’è la lettura nel pensiero. Il rischio figuraccia, insomma, è dietro l’angolo; e stavolta avrebbe ripercussioni pesanti anche a livello finanziario, temo.
Per finire, un consiglio adattissimo quando si tratta di prodotti Apple: comprate la seconda generazione. Costerà meno e avrà quelle caratteristiche che animeranno tutte le critiche alla prima release. Aspettate a comprarlo, quindi, qualsiasi cosa sia. Almeno voi, dico.
Credits: i due mockup nelle foto sono presi rispettivamente dal Sole24Ore e da MacRumors