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	<title>telemac0 &#187; Artigianato Elettrico</title>
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	<description>per coloro cui piace presumere</description>
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		<title>The Minerva Project</title>
		<link>http://www.telemac0.net/the-minerva-project/</link>
		<comments>http://www.telemac0.net/the-minerva-project/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 08:58:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Telemaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Artigianato Elettrico]]></category>
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		<description><![CDATA[Il nome di dominio scelto per il lancio (http://www.minervaproject.com/) fa un po&#8217; spy story, ma la (futura) Minerva University negli ultimi tempi ha generato clamore ai livelli più alti del sistema universitario americano, se anche Chris Peterson (la faccia Web delle ammissioni al MIT, non proprio uno qualunque) ci ha tenuto a dire la sua per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il nome di dominio scelto per il lancio (<a title="Il sito - piuttosto scarno, per ora - di questa nuova elite online university" href="http://www.minervaproject.com/" target="_blank">http://www.minervaproject.com/</a>) fa un po&#8217; spy story, ma la (futura) Minerva University negli ultimi tempi ha generato clamore ai livelli più alti del sistema universitario americano, se anche Chris Peterson (la faccia Web delle ammissioni al MIT, non proprio uno qualunque) ci ha tenuto a <a title="Chris Peterson (MIT Admission) pone qualche domanda scomoda e trae le sue conclusioni circa selezione all'ingresso e retta annuale della Minerva University" href="http://mitadmissions.org/blogs/entry/the-minerva-delusion" target="_blank">dire la sua per smontare l&#8217;aura di &#8220;elitismo democratico&#8221;</a> che gli ideatori del progetto stanno costruendo.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-578" title="Minerva University si rivolge a candidati eccellenti di tutto il globo terraqueo. Eccellenti e anche abbienti, a dire il vero." src="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2012/04/Schermata-04-2456042-alle-20.03.39.png" alt="" width="564" height="436" /></p>
<p>Il sito ufficiale non riporta granché, ma gli articoli in giro per il Web aiutano a ricostruire attori e obiettivi di questo progetto. Innanzitutto, si sta parlando di una Università online. L&#8217;organizzazione è dichiaratamente <em>for profit. </em>Il target è globale.  L&#8217;obiettivo: reclutare le eccellenze sudamericane, cinesi, indiane, africane, ma anche statunitensi, che non hanno neanche provato ad entrare al MIT o a Stanford a causa dei costi (il già citato Peterson ammette che per un anno di MIT occorre considerare una spesa di 50000$) o dei criteri di selezione (alla Minerva, per connaturata costituzione e per scelta politica, non ci saranno ingressi privilegiati per gli atleti, per esempio, o per figli di facoltosi donatori).</p>
<p>Del modello didattico, finora, non se ne parla. Del resto, c&#8217;è fino al <a title="La pagina di iscrizione studenti parla espressamente del 2014 come data di lancio" href="http://www.minervaproject.com/students.html" target="_blank">2014</a> per organizzarsi da questo punto di vista. Oltre agli obiettivi dichiarati &#8211; selezionare un elite, formare la nuova classe dirigente, fare profitto &#8211; si può dedurre qualcos&#8217;altro dalle interviste in giro; ad esempio, in consiglio di amministrazione siedono:</p>
<ul>
<li><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Lawrence_Summers" target="_blank">Larry Summers</a>, ex presidente di Harvard ed ex Segretario del Tesoro;</li>
<li><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Patrick_T._Harker" target="_blank">Patrick Harker</a>, Presidente dell&#8217;University of Delaware ed ex preside della Wharton School of Business;</li>
<li>Il senatore <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Bob_Kerrey" target="_blank">Bob Kerrey</a>;</li>
<li><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Lee_Shulman" target="_blank">Lee Shulman</a>, Professore Emerito alla Stanford School of Education (quanto al modello didattico, mi sa che ce lo dovremo aspettare da lui).</li>
</ul>
<p>Il CEO è <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ben_Nelson_(businessman)" target="_blank">Ben Nelson</a> (in precedenza CEO di <a href="http://www.snapfish.com/snapfish/welcome" target="_blank">Snapfish</a>, che è sicuramente un servizio online, ma quanto a University c&#8217;è ben poco), e il CdA dimostra l&#8217;intenzione dichiarata di reclutare docenti di eccellenza. Il costo di ammissione sarà di 20000$ (e quindi, ok, meno del MIT; però neanche troppo a buon mercato). Nelle intenzioni del CEO c&#8217;è la volontà di invitare i futuri studenti a raggrupparsi in aree metropolitane, che faranno da campus decentralizzati, in cui gli studenti potranno riunirsi e fare comunità anche &#8220;live&#8221;. I finanziamenti, invece, vengono da <a href="http://www.benchmark.com/" target="_blank">Benchmark Capital</a>, che nel progetto ci crede proprio: ha battuto i propri record di finanziamento, elargendo <a href="http://venturebeat.com/2012/04/03/minerva-project-seed-funding/" target="_blank">25 milioni di dollari</a>. Gran bel finanziamento, il che fa pensare che le 4 scarne pagine del sito attualmente online nascondano progetti realmente ambiziosi.</p>
<p>Allo stato attuale è praticamente impossibile dare un giudizio sul progetto: al di là delle buone intenzioni, dei capitali, dei personaggi, non c&#8217;è nulla da giudicare, né la didattica né il successo in termini di iscritti, il placement post-laurea è meno che un&#8217;ipotesi. La curiosità sugli sviluppi, ecco: quella sono stati capaci di accenderla. Conservo per me &#8211; per ora &#8211; i dubbi su questa sorta di colonialismo dell&#8217;alta formazione, sulle possibili ricadute e sulle conseguenze di un eventuale successo di un progetto del genere.</p>
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		<title>Agenda Digitale Italiana</title>
		<link>http://www.telemac0.net/agenda-digitale-italiana/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 21:20:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Telemaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Artigianato Elettrico]]></category>
		<category><![CDATA[agenda digitale]]></category>
		<category><![CDATA[cabina di regia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 10 aprile è partita la consultazione pubblica sull&#8217;Agenda Digitale Italiana per iniziare un dialogo costruttivo con i cittadini e garantire la partecipazione attiva di tutte le parti interessate. Bene, la consultazione pubblica, essendo pubblica, è aperta a tutti i cittadini, organizzazioni private o istituzioni pubbliche che vogliono inviare un contributo ad uno o più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 10 aprile è partita la consultazione pubblica sull&#8217;Agenda Digitale Italiana</p>
<blockquote><p>per iniziare un dialogo costruttivo con i cittadini e garantire la partecipazione attiva di tutte le parti interessate.</p></blockquote>
<p>Bene, la consultazione pubblica, essendo pubblica, è</p>
<blockquote><p>aperta a tutti i cittadini, organizzazioni private o istituzioni pubbliche che vogliono inviare un contributo ad uno o più dei sei tavoli di lavoro  dell’Agenda Digitale.</p></blockquote>
<p>Questi tentativi di &#8220;democrazia partecipativa digitale&#8221; mi interessano, mi incuriosiscono, dovrebbero essere da stimolo.</p>
<p>Facciamo che non voglio fare il disfattista e attaccarmi al fatto che il link alla &#8220;Guida alla compilazione&#8221; ieri restituiva un 404 &#8211; pagina non trovata, e che oggi il link invece di essere messo a posto è stato semplicemente rimosso, né vi posterò la mia faccia alla visione del captcha pre-modulo online, e nemmeno il sogghigno dopo aver visto il codice html che descrive il modulo di cui sopra &#8211; poi ci riempiamo le paginate con <a title="Gli articoli dedicati a e-inclusion e accessibilità preceduti dall'entusiasmo per gli stessi" href="http://www.superando.it/content/view/8916/120" target="_blank">l&#8217;e-inclusion e l&#8217;accessibilità</a>, cerrrrrto &#8211; una roba molto vintage, mettiamola così.</p>
<p>Però se i primi campi da compilare nel form per la partecipazione alla consultazione pubblica sono questi:<a href="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2012/04/Schermata-04-2456035-alle-20.23.33.png"><img class="alignnone size-full wp-image-564" title="Il form per partecipare alla consultazione pubblica con una proposta, che esordisce chiedendomi la ragione sociale" src="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2012/04/Schermata-04-2456035-alle-20.23.33.png" alt="" width="600" height="299" /></a></p>
<p>a me sembra che la <em>cabina di regia</em> potesse quantomeno partire con uno spirito diverso (certo, il codice è brutto, ma in cambio abbiamo un form design eccezionale). Nel senso che il &#8220;semplice cittadino&#8221; sembrerebbe non troppo considerato: l&#8217;asterisco rosso indica un campo obbligatorio.</p>
<p>Dice: &#8220;eh ma sei sempre lì a fare il distruttivo, sei arrivato qui, potevi scrivere &gt;Ragione sociale: Pippo; &gt;Regione sede legale: Corsica; e andare avanti&#8221;. Certo: io <strong>sono</strong> andato avanti. Ho fatto di più: ho scaricato l&#8217;ottimo PDF che in caso di problemi tecnici (del resto, la tecnologia utilizzata per il modulo online è delicatissima) può essere utilizzato in alternativa ed inviato  ad <a href="mailto:agenda.digitale@governo.it">agenda.digitale@governo.it</a>; eccolo <a title="La copia in PDF del form da compilare" href="http://www.agenda-digitale.it/agenda_digitale/images/Consultazione_integrale_e_guida.pdf" target="_blank">qui</a> per chi volesse scaricarlo.  Riporta tutti e 186 (sì, centottantasei) quesiti. La sezione successiva a questa ripropone il tema dell&#8217;inclusione attiva dei cittadini nel processo propositivo:</p>
<p><a href="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2012/04/Schermata-04-2456035-alle-20.38.14.png"><img class="alignnone size-full wp-image-565" title="Modulo, versione PDF, sezione B" src="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2012/04/Schermata-04-2456035-alle-20.38.14.png" alt="" width="600" height="295" /></a></p>
<p>&#8220;Altro&#8221;.</p>
<p>Io li capisco, eh. Se avessero lasciato un unico campo testo attraverso cui pubblicare le proprie idee a ruota libera non ne avrebbero ricavato nulla, sommersi da mitomani, troll, benaltristi, italiani in genere. Si sa. Ma, nel 2012, per una consultazione pubblica su Web. Come dire. Facciamo &#8220;sarebbe stato semplice trovare altre strade efficaci sia nella selezione a monte delle proposte che nel reale stimolo alla partecipazione&#8221;.</p>
<p>Nonostante tutto (e il tutto non si esaurirebbe qui), io invito i 3 lettori di questo blog a scaricare il file, a saltare la parte anagrafica per arrivare agli obbiettivi dell&#8217;Agenda Digitale Europea (o il copincolla dell&#8217;inglese, o l&#8217;italiano sparso per le 186 allegre pagine in cui questi obbiettivi sono dissezionati), a riflettere su quelli per ognuno più rilevanti, a provare a farsi forza e compilare ciò che si ritiene, e a fare il benedetto <em>submit </em>del proprio contributo. Ah, il pdf vi viene fornito in modo tale che vi possiate preparare prima le risposte. A penna, dopo averlo stampato (no, scherzo). Il form online vi dà solo 60 minuti di tempo per completarlo (ma la sessione può essere ripresa in seguito), quindi preparasi prima il testo è d&#8217;obbligo. La parte propositiva &#8220;per davvero&#8221; è solo alla fine. 5000 caratteri, massimo. Non c&#8217;è nulla che inviti a farlo (pensavo che i formulari per i proposal europei fossero da incubo: mi sbagliavo), ma dovreste provarci, per avere la possibilità di leggere:</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-567" title="Ma prego." src="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2012/04/Schermata-04-2456035-alle-22.48.58.png" alt="" width="600" height="94" /></p>
<p>Ah, non vale scaricarsi il pdf e scrollare subito fino all&#8217;ultima pagina, come ho fatto io.</p>
<blockquote><p>Questa è un’opportunità di partecipazione. Partecipazione è democrazia. É un percorso per disegnare politiche pubbliche migliori e coerenti rispetto alle esperienze e ai bisogni dei cittadini. La Cabina di regia dell’Agenda Digitale Italiana (ADI) considera la partecipazione dei cittadini una leva essenziale per la riuscita di questo percorso, da fare insieme.</p></blockquote>
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		<title>Codecademy</title>
		<link>http://www.telemac0.net/codecademy/</link>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 16:06:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Telemaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Artigianato Elettrico]]></category>
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		<description><![CDATA[Per lavoro e per passione ho entrambi gli occhi aperti su quanto riguarda l&#8217;elearning; di solito a questa apertura di occhi segue inesorabilmente lo storcere del naso: sarà snob io, forse troppo ben abituato o troppo esigente in questo settore, ma il fiorire di tool di authoring per la trasformazione di powerpoint in flash, di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per lavoro e per passione ho entrambi gli occhi aperti su quanto riguarda l&#8217;elearning; di solito a questa apertura di occhi segue inesorabilmente lo storcere del naso: sarà snob io, forse troppo ben abituato o troppo esigente in questo settore, ma il fiorire di tool di authoring per la trasformazione di powerpoint in flash, di sistemi automatizzati per la generazione e pubblicazione di orripilanti quiz a risposta multipla, o il disquisire di LCMS il cui maggior pregio è quello di rispettare uno standard internazionale sulla metadatazione dei contenuti fa un po&#8217; cascare le braccia, e non solo. Prima o poi toccherà affrontare l&#8217;argomento.</p>
<p>Codecademy (<a title="Codecademy" href="http://www.codecademy.com/" target="_blank">http://www.codecademy.com/</a>)  si distingue decisamente dal resto della produzione su cui m&#8217;è capitato di inciampare mio malgrado, sia da un punto di vista del modello didattico, che da quello del modello di implementazione, della tecnologia utilizzata, dei sistemi di verifica, del grado di interattività, dei modelli di engagement.. insomma, qualcosa di diverso.</p>
<p>Codecademy è una startup oramai molto ben avviata (<a title="YCombinator People" href="http://ycombinator.com/people.html" target="_blank">da questi qui</a>) e ben finanziata (<a title="Codecademy ha ricevuto 2 milioni e mezzo di dollari in finanziamenti per lo sviluppo" href="http://techcrunch.com/2011/10/27/codecademy-raises-2-5-million-to-teach-you-how-to-code/" target="_blank">da molti altri</a>). Lo scopo del servizio è &#8220;insegnare a programmare&#8221;; il pilot ha riguardato il Javascript, ora è disponibile sullo stesso modello un corso di HTML; sono in preparazione corsi su Ruby on Rails e altri linguaggi server side, ma ancora più interessanti sono la possibilità di creare online il proprio corso (quindi un sistema di authoring basato sul loro modello) e il progetto CodeYear (in cui si proclama il 2012 come l&#8217;anno del codice, e ci si iscrive in pratica ad una newsletter con cadenza settimanale che invita ad affrontare un percorso di apprendimento).</p>
<h3>Il modello didattico</h3>
<p>Per descrivere il sistema (di fruizione, non di creazione contenuti, almeno per ora) ho seguito il corso originale, quello sul Javascript; e l&#8217;ho trovato ben fatto &#8211; in considerazione del target ipotizzato e degli obiettivi formativi.</p>
<p>Da un punto di vista teorico, il sistema è orientato principalmente al <em>learning by doing</em>, supportato da un tutoring automatizzato con due funzioni: 1. presentare l&#8217;obiettivo da raggiungere / il problema da risolvere; 2. correggere gli errori sul campo. L&#8217;interfaccia di lavoro si presenta come un sistema a tre box: a sinistra obiettivi da raggiungere, formulazione del problema e possibilità di accedere ai suggerimenti contestuali (hint); al centro un &#8220;tavolo di lavoro&#8221; in cui immettere il codice, e una console di output per verificare il funzionamento di quanto codificato:</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-556" title="Codecademy - interfaccia di lavoro" src="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2012/04/Schermata-04-2456033-alle-16.39.51.png" alt="" width="500" height="278" /></p>
<p>La difficoltà degli obiettivi è ben calibrata e la presentazione degli stessi lascia progressivamente lo &#8220;studente&#8221; più solo man mano che i concetti teorici precedenti vengono assorbiti, seguendo la classica tecnica di tutoring dello <em><a title="Definizione di Scaffolding su Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Scaffolding" target="_blank">scaffolding</a></em>. La correzione degli errori è decisamente più meccanica, affidata al sistema che controlla la corrispondenza del codice immesso con quanto atteso dal sistema (caso 1) o la corrispondenza dei risultati in console con quanto atteso (caso 2); mentre quest&#8217;ultima possibilità concede un margine di &#8220;creatività&#8221; allo studente, il caso 1 comporta una rigidità nello svolgimento del compito decisamente maggiore.</p>
<p>La frammentazione dei compiti è a volte eccessiva, ma credo che questa percezione possa derivare anche (o forse soprattutto) dalla mia familiarità con il linguaggio oggetto di studio; d&#8217;altro canto un completo analfabeta informatico potrebbe trovare delle difficoltà nonostante la semplicità dei compiti e lo sforzo compiuto per rendere la curva di difficoltà il meno ripida possibile, soprattutto nei primi blocchi di lezione. Il target del corso, perciò, mi sembra possa essere identificato in una popolazione che abbia già familiarità con il computer (e ok, altrimenti sul sito neanche ci si arriva), una minima conoscenza di &#8220;come funzionano le cose&#8221; e una discreta spinta motivazionale all&#8217;apprendimento: tutte componenti che chi sceglie di affrontare un corso base di javascript possiamo presumere abbia.</p>
<p>Dal punto di vista dei contenuti, il corso parte dai concetti base (variabili, output a schermo, funzioni, oggetti) e, per ogni concetto esposto, affianca un primo set di micro-lezioni operative volte a far acquisire &#8211; sempre con la pratica diretta &#8211; familiarità con la struttura logica, e dei set di micro-lezioni &#8220;laterali&#8221; che invece chiedono allo studente la soluzione di un problema attraverso le conoscenze apprese. Nonostante l&#8217;interfaccia di lavoro sia la stessa in entrambi i casi, la distinzione dei compiti è ben evidente, e il lavorare su problemi &#8220;pratici&#8221; (creare una piccola app per aiutare un ipotetico coach a verificare le medie dei runner più meritevoli, scrivere un programmino per giocare a carta, sasso, forbice, o codificare il gioco del blackjack) fornisce un grado di sfida più elevato cui corrisponde sicuramente una soddisfazione maggiore per chi veste i panni dello studente.</p>
<h3>Strumenti di supporto</h3>
<p>Mentre è lasciata allo studente la facoltà di saltare tra le lezioni (posso cominciare a studiare <em>gli oggetti</em> anche senza aver svolto la sezione su <em>if&#8230;then&#8230;else</em>) all&#8217;interno della singola lezione i progressi sono strettamente lineari: per arrivare allo step 3 devo necessariamente aver superato i primi due.</p>
<p>Essenziali gli strumenti che affiancano le attività di apprendimento invididuale: un Glossario ipertestuale; uno Scratch Pad, una console identica a quella utilizzata per rispondere ai quesiti proposti durante le lezioni, ma che si può utilizzare senza vincoli per sperimentare quanto appreso e vederne i risultati nella console di output; e un Forum (<em>Q&amp;A</em>) discretamente popolato, strutturato in subforum per lezioni e discussioni per ogni microlezione, che consente di avere un aiuto ulteriore se gli Hint disponibili non sono sufficienti a superare la micro-lezione su cui si sta lavorando.</p>
<h3>Gamification</h3>
<p>A rendere più sfiziosa l&#8217;esperienza didattica c&#8217;è sicuramente il lato ludico, in cui il raggiungimento di obiettivi puramente quantitativi (&#8220;25 lezioni seguite&#8221;) e qualitativi (&#8220;hai completato l&#8217;applicazione FizzBuzz&#8221;) viene incoraggiato e testimoniato dall&#8217;acquisizione di punti e dei classici <em>badge</em> <em>a la</em> FourSquare; la propria Profile Page &#8211; sempre accessibile tramite la toolbar in testata &#8211; riassume lezioni completate, punti accumulati e badge (<em>Achievements) </em>conquistati:</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-558" title="La Profile Page riassume Achievements (badge) e Punteggio" src="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2012/04/Schermata-04-2456033-alle-17.08.531.png" alt="" width="500" height="342" /></p>
<p>Sebbene la matrice comportamentista sia talmente evidente che in alcuni casi il badge ci si aspetta lo recapiti a schermo Skinner sotto forma di biscottino &#8211; e in altri casi l&#8217;aumento della salivazione è probabile che sia statisticamente rilevante &#8211; il meccanismo costituisce sicuramente un buon rinforzo; è ovvio che non basta un distintivo a motivare qualcuno che non abbia già voglia di seguire il dato corso, ma qualche medaglia da esibire non guasta, certifica il proprio livello presso gli altri &#8220;colleghi&#8221; e consente qualche post su twitter e facebook ai più smaniosi di riconoscimento sociale dei propri sforzi di apprendimento.</p>
<h3>Social learning</h3>
<p>Paradossalmente (visto quanto bravi sono stati a cavalcare l&#8217;<em>hype</em> della gamification, e visti i tempi in cui viviamo), dal punto di vista dell&#8217;apprendimento collaborativo c&#8217;è ben poco. Tolto il forum già menzionato e la possibilità di postare i propri traguardi su altri social media, non c&#8217;è nessuna componente che agevoli attività sociali di apprendimento. La sostanziale linearità del sistema (che scompone ogni linguaggio in lezioni a loro volta composte da microlezioni e progetti a loro volta parcellizzati in micro-task) ha consentito al team di sviluppo di rendere disponibile a terzi la possibilità di sviluppare nuovi corsi; immaginare percorsi di apprendimento collaborativo (problemi più aperti da descrivere cooperativamente, una console di lavoro in cui fosse possibile operare a più mani e che tenesse traccia &#8211; come i Wiki &#8211; dell&#8217;history delle modifiche, eccetera) avrebbe di sicuro complicato sia la pubblicazione dei primi corsi, che soprattutto la disponibilità di un sistema di authoring. Resta una mancanza grave se io stesso in due righe racchiuse tra parentesi ho tirato fuori un paio di idee per l&#8217;apprendimento cooperativo. Senza considerare che la creazione di un ambiente di lavoro multiutente renderebbe più appetibile il sistema per istituzioni didattiche abituate a ragionare per classi o gruppi di lavoro.</p>
<h3>Poche righe conclusive</h3>
<p>Il mio giudizio sul progetto è positivo per molti aspetti; non che il team di Codecademy avrebbe sofferto in caso contrario, vista la base di utenza creata &#8211; centinaia di migliaia &#8211; il numero di lezioni erogate &#8211; diversi milioni &#8211; e i finanziamenti ricevuti: originalità della proposta, efficacia, ottima calibrazione rispetto a target e obiettivi, ruffianeria nella gamification, possibilità di estensione del catalogo sono i punti di forza, e non sono pochi o poco rilevanti. Il progetto è migliorabile internamente: playground meglio disegnato, sistema di correzione errori intelligente, evoluzione del modello didattico verso il socio-costruttivismo, strumenti per l&#8217;apprendimento collaborativo sono i primi ambiti di intervento su cui opererei. Così com&#8217;è potrebbe trovare applicazione in altri domini di conoscenza (già ora, senza nessuna modifica, è possibile secondo me realizzare un corso di matematica di base), mentre per altri settori il modello è decisamente limitato se non inutilizzabile (tutte le discipline che si fondano sullo studio teorico sono tagliate fuori a priori, per dire). Ma resta una novità e una boccata d&#8217;ossigeno in un settore vivo, con domanda elevata ma cui manca un po&#8217; di spinta dal basso a livello di innovazione e che &#8211; soprattutto a livello di formazione aziendale &#8211; resta vincolato agli strumenti di produzione di contenuti che offre il mercato, strumenti che a loro volta meriterebbero critiche approfondite e poco misericordiose.</p>
<p>Se siete interessati alle tematiche dell&#8217;elearning, complex learning e affini, se siete in generale curiosi rispetto alle idee per startup di successo, o se volete imparare l&#8217;html o il javascript, vi consiglio vivamente di <a title="Codecademy - Home Page " href="http://www.codecademy.com/" target="_blank">farci un giro</a>.</p>
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		<title>Quello che (ancora) non avete letto sull&#8217;iPad</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 21:24:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Telemaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#60;marchetta&#62;Da circa un mese ho un iPad, versione wi-fi 16GB, per una serie di fortunate circostanze: avere iscritto la mia compagna alla Girl Geek Dinner dell&#8217;11 giugno scorso a Roma (lo so, ragazze, deve ancora scrivere il post. la sto martellando in questo momento. tra l&#8217;altro mi odierà, apprezzatelo); esserci andati; averla fatta partecipare al contest [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&lt;marchetta&gt;<em>Da circa un mese ho un iPad, versione wi-fi 16GB, per una serie di fortunate circostanze: avere iscritto la mia compagna alla </em><a href="http://www.girlgeekdinnersroma.com/2010/06/14/e-anche-la-ggdroma5-e-storia-grazie/"><em>Girl Geek Dinner</em></a><em> dell&#8217;11 giugno scorso a Roma (lo so, ragazze, deve ancora scrivere il post. la sto martellando in questo momento. tra l&#8217;altro mi odierà, apprezzatelo); esserci andati; averla fatta partecipare al contest di </em><a title="grazie." href="http://www.clickeat.it" target="_blank"><em>ClickEat.it</em></a><em> (di cui ci siamo successivamente serviti, per gratitudine e comodità, con buoni risultati per giunta); trovarsi come domanda finale un qualcosa che riguardasse Lost (ogni quanto andava inserito il codice per non far esplodere l&#8217;isola, nello specifico); e avere un&#8217;ottima connessione 3G. E insomma da un mese ho l&#8217;iPad. Un oggetto splendido. Grazie.</em>&lt;/marchetta&gt;</p>
<p>Insomma, l&#8217;iPad. Di quanto sia appagante poterselo coccolare, scoprirne potenzialità, navigarci stravaccati, giocarci, disegnare, sfidarsi, sperimentare e riscoprirne le potenzialità è stato già detto troppo. Ma l&#8217;iPad, per quanto meraviglioso, è ben lungi dall&#8217;essere perfetto. Anzi: dopo un mese di utilizzo cominciano ad emergere tutti i limiti. E, sebbene i dubbi maggiori di cui leggevo (e che in parte condividevo) prima di provarlo riguardassero la tastiera o la mancanza di una videocamera o l&#8217;essere un ambiente chiuso, il vero limite con cui mi trovo a combattere è un altro, rappresentato dalla domanda: ok, e ora cosa ci faccio?</p>
<p><a href="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2010/07/iPad.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-509" title="iPad" src="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2010/07/iPad.jpg" alt="lui, sì" width="400" height="285" /></a></p>
<p>Ragionando sull&#8217;iPad immaginavo di trovarmi di fronte a qualcosa di <em>superiore</em> ad un comune netbook basato su una versione depotenziata di XP o su Ubuntu Netbook Remix; così come l&#8217;iPhone aveva rivoluzionato il mondo della telefonia mobile, allo stesso modo mi aspett(av)o dall&#8217;iPad una rivoluzione nell&#8217;ultra mobile computing. La mia impressione è che per ora si tratti esclusivamente di potenzialità, principalmente a causa di un sistema operativo eccessivamente depotenziato a favore, più che di una presunta facilità d&#8217;uso fuori dal comune, di una gestione maniacale delle (poche) risorse hardware a disposizione.</p>
<p><strong>Safari</strong></p>
<p>Il browser web integrato in iOS 3.2 al primo approccio lascia entusiasti; dopo un mese è sicuramente, e di gran lunga, l&#8217;App che ho utilizzato maggiormente. Pagine finalmente godibili, accesso alle versioni non-mobile dei newsmagazine, leggere sul Web è sicuramente piacevole; navigare sdraiati con uno schermo luminoso e sottile tra le mani è una esperienza notevole. Ad un utilizzo continuato emergono i limiti. La navigazione multi-tab, prima di tutto. Navigare con più pagine web aperte è un&#8217;abitudine che si acquisisce subito, oramai, non roba da geek appassionati; su iPad l&#8217;esperienza per ora è frustrante. La cache memorizza pochissimi mega di dati, quindi passare da una pagina all&#8217;altra comporta spesso un refresh della pagina di destinazione. La gestione delle diverse pagine non avviene mediante tab nella parte superiore dello schermo, ma attraverso una pagina-carosello con i box delle webpage attive. Insomma, nonostante su iPad il back-end di WordPress funzioni bene, per scrivere questo post sono sul vecchio portatile: troppi <em>tap</em> necessari per copiare e incollare i due link in alto, sudo solo a pensarci. Il browsing in sé, ripeto, a parte la rinuncia volontaria e neanche troppo castrante a Adobe Flash, è piacevole; l&#8217;altra funzionalità che ho rimpianto è stata la (mancata) possibilità di trascinare elementi di una pagina (link, immagini) per utilizzarli: popolare la barra dei bookmark dovendo passare dalla sincronizzazione via iTunes con la desktop edition di Safari (browser che neanche uso) è una forzatura che scoraggia me, figuriamoci un utente meno volenteroso (target che Apple sogna di accontentare con questo device). Un&#8217;educazione all&#8217;utilizzo della barra dei bookmark incoraggiata da una gestione intuitiva della stessa poteva essere un altro punto vincente; probabilmente avrebbe cozzato col modello &#8220;walled garden&#8221; che si respira ad ogni tap: gli sviluppatori avrebbero potuto immaginare applicazioni web-based ottimizzate per iPad con apposito (o appositi) bookmarklet; in questa maniera sono decisamente più incentivati a scegliere l&#8217;AppStore e il microuniverso Apple che ruota e ruoterà attorno ad esso come fonte di guadagno; e queste cose mi fanno storcere la bocca. E il naso.</p>
<p><strong>Apps, file system, multitasking</strong></p>
<p>Un dispositivo full-touch con una responsività confortevolissima e una gestione di non so quante dita contemporanee: terreno fertilissimo per gli sviluppatori, che infatti cominciano a giocarci. Giochi, image editing, music entertainment con qualche punta pro, più di qualcosa nell&#8217;ambito office automation e produttività e naturalmente news, magazine e libri per ora i campi principali. Risparmio la parte su quanto splendide siano alcune applicazioni e delle potenzialità (ancora potenzialità) che si intravedono, e vengo al punto: quelle che per l&#8217;iPhone erano state scelte coraggiose ma azzeccate per l&#8217;usabilità complessiva nel sistema, sono state riportate pari pari nell&#8217;iPad, quando a mio parere avrebbero meritato uno studio superiore e un ulteriore atto di coraggio. La prima è la scelta di nascondere completamente il file system all&#8217;utente finale; come nell&#8217;iPhone, le uniche cartelle cui si ha accesso multi-app sono quelle riservate alle immagini e ai video (magari ne sto dimenticando un&#8217;altra perché non la utilizzo; la musica direi). Finora questo non consente (ad esempio) compatibilità tra i file di lavoro creati dalle diverse applicazioni audio o video, né la piena agilità nei momenti di produttività in tutti i formati (audio, video, photo, images, testo/ipertesto..) possibili. La seconda scelta è quella che riguarda il multitasking; nell&#8217;iPad lo schermo ampio e ben definito ti porta letteralmente a cercare di lavorare (o di divertirsi) contemporaneamente su più fronti; ma l&#8217;operazione è impossibile. Andava benissimo rinunciare a queste feature di base su un oggetto come l&#8217;iPhone, dallo schermo piccolo e le potenzialità hardware e di batteria limitate. Nell&#8217;iPad queste rinunce pesano molto; dopo un mese mi è evidente che sono limitato nell&#8217;utilizzo del sistema a causa di scelte deliberate che, sì, ottimizzano le risorse, ma in questo caso si infrangono con l&#8217;usabilità generale del sistema, mozzando la curva di apprendimento sul più bello.</p>
<p><strong>Ergonomia, iBooks e NewsApps</strong></p>
<p>Due parole su questo settore. Per me, oggi, per la lettura, la carta continua ad essere il supporto tecnologico più usabile. Ancora, sì. L&#8217;iPad pesa 700 grammi, non è tascabile come un pocket, le custodie ingombrano, eccetera. Non so quanto Jobs abbia visto giusto nel lanciarsi così sugli eBooks; dal punto di vista puramente aziendale ha invaso (e probabilmente conquistato) il mercato degli eReader; da quello delle aspettative create per me è in debito con l&#8217;utenza. Sarò retrogrado, ma continuo a non immaginarmi (con l&#8217;hardware oggi a disposizione) un popolo di lettori digitali in metro, in treno o in spiaggia. Bisogna assottigliare, alleggerire e restituire confort visivo alla lettura, e occorre fornire feature più accattivanti, per soppiantare la carta sui grandi numeri nel settore della narrativa, dei testi scolastici e dei libri in genere. Discorso a parte per quotidiani e periodici: la risposta alla crisi dell&#8217;editoria (mettiamo a pagamento quello che sul web si trovava gratis) per ora mi sembra, come dire&#8230; loffia. E avere un&#8217;App diversa per ogni rivista che si vuol leggere è tutt&#8217;altro che ideale.</p>
<p><strong>AppStore e diffusione</strong></p>
<p>Un altro punto debole (sempre a mio personalissimo avviso) dell&#8217;iPad è l&#8217;AppStore. Innanzitutto l&#8217;interfaccia: molto migliore quella per iPhone, nonostante lo spazio a disposizione enormemente maggiore. Il numero minore di filtri disponibili (cui manca colpevolmente quello per visualizzare solo le App free di una particolare categoria) e la distribuzione sullo schermo dei risultati contribuisce a creare una sensazione di povertà generale: sembra che per iPad ci sia davvero poca roba, in giro. Poca, e cara. E poco recensita: davvero poco. Non conosco i numeri di iPad in Italia, ma se dovessi basarmi sui numeri che leggo nell&#8217;AppStore dovrei pensare a cifre attorno alle duemila persone &#8211; massimo. Le app più recensite che mi sono capitate stasera (per categorie più che popolari) avevano 45 recensioni; questa non è statistica neanche in Italia, sia chiaro, ma mi ha fatto una certa impressione. Il costo delle App (molto più elevato, in media, dei corrispettivi per iPhone) e l&#8217;assenza per la stragrande maggioranza delle App per iPad di demo freeware sono un ulteriore minus: è impossibile (a meno di non &#8220;forzare il blocco&#8221;) provare il 99% delle applicazioni prima di acquistarle. Non un grande incentivo all&#8217;utilizzo dell&#8217;AppStore.</p>
<p><strong>Accessori e apertura del sistema verso hardware terzo</strong></p>
<p>Vabe&#8217;. Che ve lo dico a fare. Del resto, se uno sceglie Apple, deve pagarne le conseguenze.</p>
<p><strong>Insomma</strong></p>
<p><a href="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2010/07/ipad_di_milo.jpg"><img class="size-full wp-image-508" title="ipad_di_milo" src="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2010/07/ipad_di_milo.jpg" alt="l'iPad, per ora, è così." width="242" height="400" /></a></p>
<p>Sono tutti problemi che con un netbook da 200 euro non si avrebbero. Multitasking, applicazioni gratis (in una maniera o nell&#8217;altra) e potenzialmente infinite, accesso a tutti i contenuti, accesso a cartelle e file system, interoperabilità dei file, accesso completo alle funzionalità e ai contenuti nel browsing web, produttività superiore. Per come è venduto ora, l&#8217;iPad sembra invitare al jailbreak, per liberarlo un po&#8217; dai legacci che lo costringono e lo mutilano. Spero che lo capiscano subito, a Cupertino, e che rinnovino l&#8217;hardware risicato che hanno infilato in questa prima versione, liberando finalmente le potenzialità (ancora, sì) che si intravedono chiaramente. Se doveva essere il computer-di-base definitivo, adatto a tutti, per ora siamo lontani; i limiti che nell&#8217;iPhone erano &#8220;confortevoli&#8221;, qui si rivelano scomodissimi e fastidiosi; per un geek l&#8217;effetto è lo stesso, su altri fronti.</p>
<p><strong>Allora non lo compro?</strong></p>
<p>Non ho detto questo. Se te lo puoi permettere e ti piace questo genere di cose, compralo; subito. Non te ne pentirai, ma poi non dire che su tutto il resto non ti avevo avvisato.</p>
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		<title>E adesso, consigli per gli acquisti</title>
		<link>http://www.telemac0.net/e-adesso-consigli-per-gli-acquisti/</link>
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		<pubDate>Sun, 11 Oct 2009 21:31:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Telemaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Artigianato Elettrico]]></category>
		<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[metriche]]></category>
		<category><![CDATA[PTWG]]></category>
		<category><![CDATA[User Generated Contents]]></category>

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		<description><![CDATA[La decisione di Paul The Wine Guy di cancellare la sua identità digitale è già in fase di digestione, o almeno così sembra leggendo qui e lì; prima che, acconsentendo al suo volere, tutti noi ce ne dimentichiamo, voglio spenderci due parole, non tanto sul PTWG &#8220;persona&#8221; quanto sulle cause e le conseguenze della sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La decisione di <a href="http://www.paulthewineguy.com">Paul The Wine Guy</a> di cancellare la sua identità digitale è già in fase di digestione, o almeno così sembra leggendo qui e lì; prima che, acconsentendo al suo volere, tutti noi ce ne dimentichiamo, voglio spenderci due parole, non tanto sul PTWG &#8220;persona&#8221; quanto sulle cause e le conseguenze della sua autocancellazione.</p>
<p>Paul, webbicamente, appartiere alla tipologia dei generosi, dei produttori. E&#8217; uno che pubblica parecchio. Se ha un&#8217;idea, la mette in piedi e online. Al netto delle considerazioni su ego e autocompiacimento e tutto quanto si può dire di chiunque assurga ad una qualche forma di notorietà, Paul nel corso dei.. tre anni? che lo vedono in pista ne azzecca diverse. &#8220;Understanding Art for Geeks&#8221;, la sua gallery che storpia classici dell&#8217;arte con simbologia tipicamente tecnologica, finisce per avere una visibilità superiore a quella che lo stesso PTWG sperava; tanto da indurlo, dopo l&#8217;apparizione sul CorSera online e mentre aveva oramai varcato i confini nazionali, a chiudere la gallery e far sparire le immagini, per non incorrere in qualche denuncia per violazione del copyright, non abbastanza remota da fargli rischiare il suo anonimato &#8211; probabilmente l&#8217;unico spauracchio cui sottoponeva le sue decisioni sulla gestione della sua identità online.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2009/10/screenshot_ptwg_uafg.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-424" title="Dalla Galleria &quot;Understanding Art for Geeks&quot; di Paul The Wine Guy, non rintracciabile online" src="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2009/10/screenshot_ptwg_uafg.jpg" alt="Dalla Galleria &quot;Understanding Art for Geeks&quot; di Paul The Wine Guy, non rintracciabile online" width="264" height="488" /></a></p>
<p>Poi i cartelloni elettorali modificati,  il &#8220;Sex Everywhere&#8221;, e &#8220;Basta con le cazzate, torniamo alle notizie importanti&#8221;, senza trascurare <a href="http://b-trail.com">b-trail</a>, un servizio di aggregazione, condivisione e commento niente male &#8211; per quanto migliorabile e sgrezzabile e bisognoso di makeup &#8211; ora anch&#8217;esso giù, segato, pronto ad essere dimenticato. Tra l&#8217;attitudine a creare gallery tematiche e l&#8217;attenzione al paradosso della quotidianità che accade sotto i nostri occhi, PTWG finisce per essere un <em>hub</em>, un punto riconosciuto dove segnalare quanto di strano, freak e grottesco avviene in alcuni ambiti della nostra società. Il piglio da fustigatore del marketing sfacciato e a volte pecoreccio che, a ondate, prova ad impadronirsi di una serie di spazi a cui evidentemente PTWG teneva sia per indole che per amore del personaggio che interpretava, chiude il quadro di una personalità che era stata in grado di passare da <em>piccolo rompiballe</em><strong> </strong>a <em>nodo riconosciuto</em> nel mondo dei blog italiani in un tempo relativamente breve.</p>
<p style="text-align: center; ">
<p>Fino al culmine (dell&#8217;autoreferenzialità da lui sempre denunciata): dopo le citazioni sui portali mainstream, la premiazione alla <a href="http://www.blogfest.it/">Blogfest</a>. E quindi, di conseguenza, l&#8217;abbandono, la chiusura di tutti gli account: tutto quello che PTWG aveva prodotto e aveva commentato e condiviso non è più (facilmente) rintracciabile. Qualche traccia resterà sicuramente in qualche HD di appassionati, qualcuna, temporaneamente, nella cache di Google, e altre saranno rintracciabili da servizi come <a title="Il tumblog di PTWG nel 2008" href="http://web.archive.org/web/20080104230505/http://www.paulthewineguy.com/" target="_blank">web.archive.org</a>, ma saranno solo brandelli e di certo questi ritrovamenti non sarebbero graditi al suo autore (approfitto di quest&#8217;inciso per chiedergli scusa di quanto sto riportando a galla).</p>
<p>Il punto è: come mai il web non riesce a premiare un creatore di contenuti riconosciuto da <em>un pubblico</em> come PTWG? Perché non c&#8217;è stata nessuna offerta economica in grado di farlo rinunciare (almeno in parte) all&#8217;anonimato e a far diventare un lavoro quello che lui invece curava sottraendo tempo ad altre attività, alla famiglia, e nonostante il lavoro, elementi che<a title="L'intervista rilasciata da PTWG a Gilioli, e pubblicata &quot;postuma&quot;" href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/10/08/ciao-ptwg-2-lezione-di-riservatezza/" target="_blank"> lo stesso Paul riconosce, in un&#8217;intervista</a> recentissima, come concause del suo programmato abbandono? Insomma, se il web nostrano non riesce a convincere un PTWG a continuare a produrre contenuti apprezzati e quindi click e quindi a coltivare un audience, qual è la direzione intrapresa dal web, in particolare da quello italiano?</p>
<p>Il business model (locuzione rimasticassima che dona una nobiltà immeritata a tutto un esercito di espedienti) sembra premiare solo i grandi numeri: grossi portali di news che contano su redazioni strutturate, i servizi che ospitano e permettono la creazione di UGC (ma non gli utenti che vi contribuiscono), i publisher che sottopagano copincollatori di professione, lo sbocco anelato verso media tradizionali. I profitti veri e &#8220;indipendenti&#8221; per ora vengono esclusivamente dalle consulenze a grandi aziende o committenti, che quindi in una maniera o nell&#8217;altra, pubblicando come editori o selezionando forza lavoro come committenti, continuano a gestire informazione e contenuti anche su web. I modelli pubblicitari adottati, nutriti e imposti come standard da Google, non fanno altro che rafforzare metriche quantitative identiche a quelle utilizzate per la televisione, il media che molti vedono come l&#8217;antagonista reazionario da combattere con i contenuti provenienti dal basso, la meritocrazia democratica, la scelta sempre disponibile e a portata di click, e che invece risulta il modello cui si tende, con molta timidezza e senso di soggezione.</p>
<p>Insomma, la storia di PTWG è emblematica ed è un pretesto. Il web <em>è gratis</em> quindi tutto è condiviso. Ma se tutti i contenuti sono gratis, l&#8217;utente pagherà solo i servizi, e lascerà alla pubblicità il compito di sovvenzionare chi produce contenuti. Pubblicità che sul web si calcola con metriche identiche a quelle dei media mainstream, quindi puntando esclusivamente sulla quantità (le metriche per la qualità servono solo ai sociologi, mi sa); di conseguenza solo i grandi content provider, i portali che accentrano e che riescono a convogliare e fidelizzare utenza con aggiornamenti a frequenze elevatissime e a massimizzare la loro presenza sulle keyword di ricerca più utilizzate nel determinato momento storico riescono a guadagnare qualcosa con la pubblicità, o quantomeno tolgono respiro ai piccoli, cui rimane qualche spicciolo (e non è una metafora consunta, qui si tratta proprio di spiccioletti) con cui non riescono neanche a pagare lo spazio web. E che vengono perciò confinati a ruoli di secondo piano e contentini &#8211; nel migliore dei casi &#8211; da poche migliaia di euro: la pubblicazione del libro, tipicamente, o la comparsata in tv, o entrambe. Fino al prossimo oblio (<em>Pulsachi</em>?). Dall&#8217;altro lato i freelance professionisti dell&#8217;autopromozione agonistica, che spesso varcano il confine dello spam pur di massimizzare il loro impegno, finché il loro unico impegno non diventa intercettare keyword e spammare quanto si pubblica; e il paradosso è compiuto, i contenuti originali degli utenti diventano un pretesto per assecondare le logiche automatizzate della pubblicità, unica fonte economica accessibile. Più cala l&#8217;originalità, l&#8217;indipendenza, la spontaneità in favore della meccanizzazione del posting, più si verrà premiati. E buonanotte ai sogni di chi pensava che sul web si potesse davvero realizzare un&#8217;altra forma di comunicazione.</p>
<p style="text-align: center; "><a href="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2009/10/screenshot_ptwg.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-423" title="screenshot_ptwg" src="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2009/10/screenshot_ptwg.jpg" alt="screenshot_ptwg" width="406" height="159" /></a></p>
<p>Quale futuro ha un web così organizzato? Le carte in mano ai produttori di contenuto &#8220;dal basso&#8221; sembrano poca cosa: tentativi più o meno mascherati di <em>blogring, </em>confederazioni che provano ad adeguarsi alle regole del gioco facendo cooperativa (quando va super-bene) e convogliando click e pubblicità, o il nanopublishing, in alcuni casi &#8211; neanche troppo rari &#8211; una forma di schiavismo contemporaneo tutto votato alla massimizzazione del ricavo a spese tendenti a zero. Davvero poca roba, in attesa della nuova piattaforma di pubblicazione verso cui convogliare i produttori generosi e da cui ricavare il massimo. Al netto del mitologico tramezzino con cui intortare il prosumer di turno visto come conferenziere, uditore, o potenziale vettore di marchetta, cosa ha guadagnato il web quando ha rinunciato alla sua primitiva e grezza essenza di alternativa di nicchia per diventare un mezzo dall&#8217;enorme bacino di utenza potenziale? Se, da un lato, il livello dei servizi disponibili e le possibilità di pubblicazione sono da sogno e continuano ad evolvere, dall&#8217;altro stiamo creando o quantomeno assistiamo inermi alla creazione di un sistema arido, dotato di una meritocrazia perversa in cui le regole con cui si stabilisce il merito sono fatte, un&#8217;altra volta, l&#8217;ennesima, da numeri e pubblicità.</p>
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		<title>La misura dell&#8217;usabilità</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 11:03:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Telemaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Artigianato Elettrico]]></category>
		<category><![CDATA[fuffa]]></category>
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		<description><![CDATA[Riporto qui una discussione partita da un post di Uriel, appassionato e documentato, proseguita su Friendfeed, ma che non posso proseguire su quel mezzo perché nel frattempo il feed di Uriel è diventato privato &#8211; le tracce della conversazione sono comunque rintracciabili in coda a quest&#8217;altro post. Inoltre FF non è il massimo quando i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riporto qui una discussione partita da <a href="http://www.wolfstep.cc/1859/il-mito-dellusabilita/" target="_blank">un post di Uriel</a>, appassionato e documentato, proseguita su Friendfeed, ma che non posso proseguire su quel mezzo perché nel frattempo il feed di Uriel è diventato privato &#8211; le tracce della conversazione sono comunque rintracciabili in coda a <a href="http://www.wolfstep.cc/1868/usabilita%C2%B4-ii/" target="_blank">quest&#8217;altro post</a>. Inoltre FF non è il massimo quando i concetti da esprimere richiedono più di 5 righe e quando si vuole rispondere a più proposizioni, quindi mi va benissimo provare ad argomentare qui sopra. Uriel naturalmente è il benvenuto nel caso gli interessasse proseguire la discussione.</p>
<p>Sintetizzando al massimo la posizione di Uriel, per lui l&#8217;usabilità è (cito letteralmente)</p>
<blockquote><p>Questa MISURA e’ l’usabilita’. La quantita’ di SOLDI che le aziende spendono per supportare il cliente ad usare le funzionalita’ dell’oggetto.</p></blockquote>
<p>Il dominio di discussione e il contesto in cui Uriel applica questa frase è quello del binomio carrier di fonia &#8211; produttori di terminali, binomio peculiare (vi risparmio le puntualizzazioni in merito) perché spesso a fare customer care per il terminale non sono i produttori di terminali, ma i carrier telefonici; carrier che hanno anche un potere in fase progettuale, avendo loro l&#8217;ultima parola sull&#8217;ingresso in un determinato mercato nazionale di un particolare terminale.</p>
<p>La mia posizione è riassumibile in due enunciati:</p>
<ol>
<li>L&#8217;usabilità misurata contando le richeste di Customer Care per terminale per data feature, rapportata o meno ai ricavi in traffico dati e fonia da quel terminale, <strong>non </strong>è una fotografia reale dell&#8217;usabilità <strong>complessiva </strong>di un terminale;</li>
<li>Anche il <em>resto</em> dell&#8217;usabilità, pur non misurabile secondo le formule di Uriel, e delle Telco, ha un&#8217;importanza commerciale e produce ricavi.</li>
</ol>
<p>Il punto 1 è semplicemente dimostrabile. Al Customer Care arriveranno segnalazioni del tipo &#8220;non riesco a configurare l&#8217;APN&#8221;, &#8220;non riesco a configurare il push per l&#8217;email&#8221;, &#8220;il mio cellulare non manda più sms&#8221;, &#8220;non riesco ad installare la suoneria del gattino Virgola&#8221;. Nessuno chiamerà mai un customer care di un carrier di fonia per segnalare che per scrivere un sms ha bisogno di 10 click, o di quanto sia frustrante non poter collegare la propria rubrica all&#8217;agenda, o di quanto scomodo sia raggiungere le accentate sulla tastiera di un particolare sistema operativo mobile. Eccetera, eccetera. Ma è ovvio che questi siano problemi di usabilità: non c&#8217;è un&#8217;altra maniera per chiamarli. Il fatto che questo sottoinsieme di problemi non sia misurabile dall&#8217;unità di misura di Uriel non li rende inutili, non afferenti all&#8217;usabilità, o altro; semplicemente, la misura utilizzata da Uriel è una misura funzionale <strong>esclusivamente</strong> alle Telco per calcolare il rapporto costi/benefici dell&#8217;ingresso sul mercato di un dato terminale (o sistema operativo), che perciò fotografa una porzione del problema afferente solo al binomio telco-device in oggetto.</p>
<p>Pensare che, dato che le Telco non possono misurare l&#8217;altra (grossa) fetta di usabilità che fa parte del design dell&#8217;interfaccia hardware e software di un terminale, i produttori di device telefonici rinuncino a lavorarci è ovviamente fuori dal mondo. Il lavoro fatto, a questo proposito, proprio sull&#8217;iPhone, è a testimonianza del contrario. A meno che Uriel, e le Telco, non credano che alcune soluzioni funzionali siano semplicemente precipitate nel sistema operativo utilizzato, senza nessuno studio, nessun progettista coinvolto, nessun test preliminare. Perché, allora, un colosso come Apple investe in usabilità non misurabile dalle Telco, costringe Windows Mobile ad inseguire, fa smuovere Nokia che immette il secondo flop consecutivo per la serie N? Perché gli utili generati dalle Telco per uno specifico terminale non sono l&#8217;unica preoccupazione dei produttori di device telefonici, naturalmente: il loro core business dovrebbe essere quello di vendere terminali. Nel caso dell&#8217;iPhone c&#8217;è da considerare anche l&#8217;AppStore. E se il passaparola degli utenti, analisi di usabilità, articoli prezzolati o meno, <em>buzz<strong> </strong><span style="font-style: normal;">e quant&#8217;altro esaltano iPhone e declassano a preistoria Symbian e WM, io credo che qualche problemino in casa Nokia, HTC, Samsung e Microsoft se lo facciano. E la locuzione &#8220;io credo&#8221; è messa lì solo per educazione.</span></em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;">Un altro (non il solo) filone della discussione (animata, direi) intercorsa tra me e Uriel riguarda il parallelo del mercato mobile con altre industrie. Declassate dal mio interlocutore le attività della moda, delle moka e delle interfacce web a giochetti non industriali, non esistendo una complessità industriale e il legame forte rete &#8211; device, il paragone è ricaduto sulle automobili. Anche le automobili devono essere omologate per pascolare su una rete stradale &#8220;terza&#8221;, e di certo per le automobili i problemi di usabilità non si riducono al rapporto automobile-rete stradale. Richiamo questo paragone per rispondere ad un&#8217;altra obiezione (fuori luogo, direi) di Uriel: il grosso del traffico lo fanno i terminali da 50 euro, per ogni iPhone venduto ci sono 200 Nokietti sul mercato. Questa obiezione non c&#8217;entra una mazza per tre motivi:</span></em></p>
<ol>
<li>riporta la questione dal punto di vista del carrier; io capisco che essendo l&#8217;ambito professionale di Uriel lui tenda a far ricadere la prospettiva sempre in quella zona, ma questa NON è l&#8217;unica prospettiva per chi progetta un terminale; non sto dicendo che non ci sia, sto dicendo che non è l&#8217;unica;</li>
<li>iPhone e Nokia 1101 giocano uno sport diverso su un campo diverso per giocatori diversi;</li>
<li>ma soprattutto, riportandoci alle automobili, non possiamo stare a parlare delle performance di Porsche e Jaguar per poi uscirne affermando che per ogni Porsche venduta ci sono 1000 Matiz sul mercato e che l&#8217;ANAS è contenta perché il pedaggio delle Matiz è ancora ben superiore a quello delle Porsche; ad occhio e croce direi che alla Porsche, delle Matiz, frega davvero poco. E dell&#8217;ANAS, pure.</li>
</ol>
<p>Ora, io non ho neanche l&#8217;iPhone. Ma posso affermare che l&#8217;OS di iPhone è anni luce più usabile di qualsiasi Symbian. Chiunque abbia provato entrambi i SO, diciamo un N97 e un iPhone come terminali, pur essendo l&#8217;N97 dotato di un hardware straordinario, non potrà non riconoscere che l&#8217;esperienza d&#8217;uso di un iPhone è anni avanti. Il punto è che Uriel vuole dei numeri, una misura in grado di provare che queste non sono solo chiacchiere. La discussione mi ha preso, sì, ma non abbastanza da ricercare i dati di vendita di quella fascia di mercato dal momento dell&#8217;uscita dell&#8217;iPhone. O quelli del traffico dati in Italia prima e dopo l&#8217;ingresso sul mercato dell&#8217;iPhone. Né credo Uriel accetterebbe due tag cloud con le 30 parole più significative associate sul web a &#8220;iPhone&#8221; e a &#8220;N97&#8243;. Il punto è che l&#8217;usabilità (complessiva, nel suo insieme, quella ISO) è misurabilissima, solo che misurarla costa: il test migliore sarebbe campionare N persone, dividerle in almeno due gruppi, dotare di iPhone il primo gruppo e di un terminale Symbian o WM il secondo, e assegnare loro una serie di task da completare sul dispositivo. Misurare tempi, numero di azioni e stato di attivazione. Ripetere i test per verificare la curva di apprendimento. Somministrare un test qualitativo per misurare il grado di soddisfazione e comfort nell&#8217;utilizzo del dispositivo. Invertire i due gruppi e misurare ancora, e confrontare.  Alla fine dell&#8217;esperimento avremmo una misura di usabilità complessiva davvero valida.</p>
<p>Io sono sicuro dei risultati di un test del genere. Ci scommetterei parecchio, sui risultati, ecco. Per anticipare le probabili obiezioni di Uriel:</p>
<ol>
<li>&#8220;<em>Fuffa. Questa usabilità, per quanto misurabile, è monetizzabile?</em>&#8221; &#8211; Beh, cazzo. Forse non lo è per le TelCo. Sicuramente lo è per quanto riguarda il numero di terminali venduti. Ripeto: se Apple, Microsoft, eccetera hanno dei reparti che, con più o meno successo, si occupano <strong>solo</strong> di questo, non credo siano dei reparti &#8220;a perdere&#8221;.</li>
<li>&#8220;<em>Comunque alle TelCo fotte cazzi</em>&#8221; &#8211; ok. Ma non credo, visto che, in Italia, sono state create delle tariffe e delle offerte esclusivamente per l&#8217;iPhone, che ha costretto a cambiare il rapporto dei carrier col traffico dati e con la vendita di terminali; e non credo che questo cambiamento fosse dovuto al numero di chiamate al Customer Care;</li>
<li>&#8220;<em>MMS, bluetooth</em>&#8221; &#8211; io non ho mica parlato di un terminale perfetto. Ho parlato di un terminale con un&#8217;usabilità tale da far sembrare preistoria gli smartphone attrezzati con Symbian e Windows Mobile. L&#8217;unica alternativa attuale, nel mondo dei SO mobili, è Android. Che questi terminali non interessino a chi usa i Nokietti da 30 euro e che questi Nokietti portino l&#8217;80% del traffico fonia NON è un&#8217;obiezione.</li>
</ol>
<p>Sicuramente ho dimenticato qualcosa, sono stato impreciso, ho tralasciato dei punti importanti: me lo sento, ma purtroppo non posso dedicare tutto il tempo che vorrei a questo post. Almeno ho raggiunto un obbiettivo: sono arrivato alla fine del post senza utilizzare la parola <em>paradigma.</em></p>
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		<title>Intel Chipset 945</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 15:52:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Telemaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un buon motivo per portare la RAM del proprio netbook a 2GB invece che tenersela all&#8217;unico GB in dotazione: lo schemetto parla da sé, invito ad osservare quei 750MB approssimativi, destinati a periferiche e controller PCI, e altre robe del genere, che sottratti dall&#8217;unico GB totale spiegano alcuni cali prestazionali e rallentamenti. Posso testimoniare personalmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un buon motivo per portare la RAM del proprio netbook a 2GB invece che tenersela all&#8217;unico GB in dotazione:</p>
<p><a href="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2009/07/945.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-382" title="945" src="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2009/07/945-300x275.jpg" alt="945" width="300" height="275" /></a></p>
<p>lo schemetto parla da sé, invito ad osservare quei 750MB approssimativi, destinati a periferiche e controller PCI, e altre robe del genere, che sottratti dall&#8217;unico GB totale spiegano alcuni cali prestazionali e rallentamenti. Posso testimoniare personalmente che installando 2GB di RAM applicazioni come Word ed Excel letteralmente volano, e si riesce a lavoricchiare anche su un Photoshop (versione 7.0 quella testata da me) pur non utilizzando file di paging, nel mio caso.</p>
<p>Ho poi effettuato un test volante aprendo tre schede di Chrome, Word, Excel e Photoshop, e non s&#8217;è incastrato nulla. Direi che sono soddisfatto. Consiglio a chi volesse pasare ai 2GB di consultare una lista di memorie compatibili prima di passare all&#8217;acquisto. Io ho installato una Kingston Hyper X PC2 4200 2GB KHX4200S2LL /2G 533, non perché ne sappia poi granché, ma perché un mio <a title="amico che è un bravo sistemista ma fa un sacco di casino col suo dominio" href="http://www.augee.it/">amico</a> e collega smanettone l&#8217;aveva presa e ne vantava la bassa latenza ma poi non ha comprato tutto il resto su cui voleva montarla. E allora.</p>
<p><em><a title="kingston ram 2gb" href="http://www.valueram.com/datasheets/KHX4200S2LL_2G.pdf">Queste</a> le specifiche della RAM Kingston.</em> <em>L&#8217;immagine è presa dal <a href="http://download.intel.com/support/motherboards/desktop/d945gsejt/sb/e62862001us.pdf">PDF ufficiale Intel</a></em></p>
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		<title>La sindrome dell&#8217;orologiaio</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Jul 2009 16:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Telemaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La cosa che più mi soddisfa degli ultimi due giorni, in cui ho aggiornato il Bios e testato tre sistemi operativi diversi su uno dei miei giocattoli più recenti, l&#8217;eeepc S101, è che non si è rotto, si accende ancora, XP è partito normalmente e ora ci sto scrivendo. In casa continuano da anni a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La cosa che più mi soddisfa degli ultimi due giorni, in cui ho aggiornato il Bios e testato tre sistemi operativi diversi su uno dei miei giocattoli più recenti, l&#8217;eeepc S101, è che non si è rotto, si accende ancora, XP è partito normalmente e ora ci sto scrivendo. In casa continuano da anni a prendermi in giro per il quantitativo di orologi, più digitali che analogici credo, che ho distrutto, soprattutto da piccolo ma non solo, per la curiosità di aprirli, o per la spinta compulsiva a scoprirne tutte le funzioni e a giocare con i countdown e i calendari e la calcolatrice (sì, ho avuto un bellissimo orologio con la calcolatrice, preso dalla Fiera del Levante più di 25 anni fa oramai, coi tasti piccolissimi, ma tanti, tantissimi, e l&#8217;ho fatto durare due mesi, e mia madre un po&#8217; delusa e un po&#8217; alterata mi promise che non me ne avrebbe comprati mai più. E io allora presi il suo, anche se aveva solo due pulsanti, e dopo una settimana neanche quello funzionava più).</p>
<p>E insomma, aggiornare il Bios all&#8217;ultima versione è l&#8217;operazione più delicata, poi tocca impostare il Bios perché non faccia l&#8217;avvio super-ultra-rapido ma solo quello super-rapido, e poi scaricarsi un Win32-imagewriter per &#8220;masterizzare&#8221; le immagini .img su una chiavetta USB. A quel punto avete solo l&#8217;imbarazzo della scelta. Io ho provato, dopo <a href="http://ff.im/4CKyL">apposito consulto su friendfeed</a>:</p>
<ul>
<li><strong>Moblin 2</strong>, nuovo da Intel basato su Fedora, ancora in versione beta, non installa in automatico la tastiera italiana, per il resto riconosce tutto al volo. Sembra l&#8217;interfaccia di un cellulare di prossima generazione, tarata perfettamente per uno schermo 1024&#215;600, e pensata principalmente per utilizzo di social network vari, e a seguire web, multimedia e office &lt;URL: <a href="http://moblin.org/">http://moblin.org/</a>&gt;;</li>
<li><strong>Ubuntu Nebook Remix</strong>, oramai &#8220;classica&#8221;, interfaccia non bella come la precendete, orientata ad un utilizzo &#8220;globale&#8221; del netbook. L&#8217;ho vista così tante volte che oramai mi sembra superata. In realtà è quella che presenta meno problemi, è più supportata, è ottimizzata per l&#8217;hardware a disposizione, e consente di fare più cose. Una scelta affidabile. &lt;URL: <a href="http://www.canonical.com/projects/ubuntu/unr">http://www.canonical.com/projects/ubuntu/unr</a>&gt;.</li>
</ul>
<p><strong>NON </strong>ho provato, perché Apple non consente di installare i suoi sistemi operativi su macchine non-Apple:</p>
<ul>
<li><strong>Mac Os X ver. 10.5.6, </strong>che comunque gira e riconosce tutto, con opportune patch facilmente accessibili ricercandole su Google, <strong>tranne</strong> &#8211; anche nelle distribuzioni &#8220;pensate per&#8221; e quindi &#8220;ottimizzate per&#8221; &#8211; il modulo wi-fi. La soluzione che tutti consigliano è quella di sostituire il modulo interno con un modulo compatibile Apple, ma nessuno specifica con certezza se questa operazione intacchi la garanzia. Certo che non avere connettività wireless a disposizione &#8211; a meno di modifiche hardware, appunto &#8211; rende inutile la già non consentita installazione.</li>
</ul>
<p>Avrei volentieri  fatto una prova anche con Windows 7, per cui mi sono regolarmente registrato, ma la procedura che prevede forzatamente il passaggio da DVD è vecchia dentro. Siamo nel 2009, signori.</p>
<p>Mi resta da provare:</p>
<ul>
<li><strong>gOS, </strong>suggeritomi sempre nella già linkata discussione su Friendfeed, giunto alla terza versione, una distribuzione &#8220;semplice&#8221; di Linux arricchita ora dai Google gadegts e da Wine1.0, un emulatore di XP in grado di far girare alcuni programmi. Credo mi ci dedicherò nei ritagli del weekend, il download avviene tramite torrent, sistema che solitamente non utilizzo. &lt;URL: <a href="http://www.thinkgos.com/gos/index.html">http://www.thinkgos.com/gos/index.html</a>&gt;</li>
</ul>
<p>Fatto sta che non ho ancora deciso a cosa dedicare l&#8217;SD da 16GB inclusa nella confezione; per ora infatti ho fatto tutti i test lanciando i vari SO tramite USB-pendrive; a questo proposito, per chi volesse cimentarsi, segnalo che per far riconoscere le porte USB sull&#8217;S101 occorre aggiornare il Bios dal sito Asus ad una versione più recente di quella preinstallata (che risale al lontano 2004). L&#8217;operazione è semplice, occorre prima installare la penultima versione e poi l&#8217;ultima, senza farsi troppo prendere dal panico.</p>
<p>Buona smanettata e occhio agli orologi.</p>
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		<title>Tipo un esercizio di stile</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2009 12:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Telemaco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Artigianato Elettrico]]></category>
		<category><![CDATA[Design]]></category>
		<category><![CDATA[WebDesign]]></category>
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		<description><![CDATA[O &#8220;due parole sul nuovo template di questo blog&#8221;,  qualche appunto schizofrenico su un&#8217;operazione di analisi-design-sviluppo-deploy durata più a lungo di quanto pensassi. Perché Perché negli ultimi mesi, trascinato dalla deriva minimal-chiacchierona di Friendfeed, avevo abbandonato completamente questo spazio, tanto da lasciarne scadere nome di dominio e database, rischiando di perdere il (poco) tutto che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>O &#8220;due parole sul nuovo template di questo blog&#8221;,  qualche appunto schizofrenico su un&#8217;operazione di analisi-design-sviluppo-deploy durata più a lungo di quanto pensassi.</p>
<h3>Perché</h3>
<p>Perché negli ultimi mesi, trascinato dalla deriva minimal-chiacchierona di <a href="http://friendfeed.com/telemaco">Friendfeed</a>, avevo abbandonato completamente questo spazio, tanto da lasciarne scadere nome di dominio e database, rischiando di perdere il (poco) tutto che c&#8217;è. E sarebbe stato un peccato: non tanto per gli altri, ma per me, perché in un periodo in cui tornano di moda gli spazi collettivi e condivisi a discapito di quelli individuali, conservarsi una nicchia proprietaria e personale è una buona via di fuga. E perché quando i politici minacciano sanzioni e chiusure sull&#8217;espressione di idee via Web, è il caso di tornare a farsi sentire, o leggere. Anche da dieci persone.</p>
<h3>Cosa</h3>
<p>Essere il committente di sé stessi è parecchio faticoso. L&#8217;analisi dei requisiti è operazione lunga e spalmata nel tempo perché essere sempre col committente porta a questa pigrizia. Per una volta invece mi sono autoimposto di avere un &#8220;cosa&#8221; da principio, da prima di aprire Photoshop o di scrivere la prima attribuzione CSS; ho fissato subito alcuni obiettivi che, col nuovo tema, volevo raggiungere, e ho provato, con fortune alterne a dire il vero, a raggiungerli; in particolare:</p>
<ul>
<li>il primo obiettivo in assoluto è stato la leggibilità; su device estremamente diversi (dai monitor a 22&#8221; allo schermo di un iPhone) senza ricorrere a temi differenziati o plugin su misura;</li>
<li>il secondo, porre al centro dell&#8217;attenzione il post, svuotando di widget e icone e flash la sidebar, e cercando di isolare l&#8217;accoppiata titolo+contenuto dal resto delle metainformazioni sul singolo articolo;</li>
<li>il terzo era rinunciare alle immagini grafiche, per provare a rendere tutto, ma proprio tutto, tramite xhtml e css;</li>
<li>l&#8217;ultimo, quello di sfruttare e dare visibilità non invasiva ai sistemi di lifestreaming o di content sharing che utilizzo maggiormente.</li>
</ul>
<p>Tutto questo, senza modificare la struttura di categorie e tag già presente nel database, quindi rifacendomi a contenuti e organizzazione dei contenuti già definita.</p>
<h3>Come</h3>
<p>Il ciclo produttivo è stato abbastanza classico, quasi eccessivamente formale per un blog personale, a leggerlo così: carta -&gt; photoshop -&gt; html/css -&gt; sviluppo in locale -&gt; deploy su server. In realtà su photoshop avevo abbozzato solo il flusso dei post, la testata e la sidebar, senza disegnare i commenti. E arrivato al deploy su server c&#8217;erano ancora componenti grafiche che hanno subito un ritocco, dal menu principale ai link di navigazione tra post (post precedenti | post successivi); ma questo era prevedibile, il vero successo è stato limitare gli sconfinamenti lungo il processo.</p>
<p>La tecnologia, come in passato, è <a href="http://wordpress.org">WordPress</a>, nella versione 2.7.1 (ovviamente non appena ho pubblicato mi è stata segnalata la presenza dell&#8217;update alla 2.8, che per ora mi sono risparmiato).</p>
<p>Ho iniziato da una griglia. 960 px divisi in 12 colonne da 80px ciascuna. Non ho inventato nulla, è una scelta molto consigliata perché 12 è divisibile per 2, 3, 4, 6, e consente perciò di giocare parecchio con l&#8217;impaginazione.</p>
<p>La scelta più importante è stata quella del font. Volevo un font serif: sconsigliati in tempi di risoluzioni 800&#215;600 per scarsa leggibilità, è il momento della loro rivincita sia su schermi grandi, che su device mobili web-oriented come iPod touch ed iPhone. La proporzione tra grandezza del font, lunghezza della riga, interlinea l&#8217;ho curata parecchio; spero risulti leggibile. La scelta è caduta su Georgia per rispettare un altro criterio: quello della massima compatibilità tra SO diversi. Georgia ce l&#8217;hanno proprio tutti, su.</p>
<p>Il post-flow in Home è stata la scelta più combattuta. In origine pensavo ad una Home diversa, con solo il preview dei post, senza metadati (data di pubblicazione, ID, tag); col primo post a tutto schermo e i tre successivi in box subito sotto. Poi ho parlato col committente, e gli ho spiegato che quando io arrivo su un blog, mi aspetto di leggere il primo post e, se mi è piaciuto, mi piace scrollare e leggere i successivi, e che scegliere una Home impaginata con gli abstract avrebbe costretto il lettore ad un sacco di click indesiderati. E così è tornato alla ribalta il semplice &#8220;Loop&#8221; di  WordPress.</p>
<p>La cosa più divertente (ma non per il committente) è stato rendere tutto tramite CSS; le iconcine che puntano ai feed e ai servizi social, lì sulla sinistra, sono una chic-eria, su. Per non parlare del gioco di sovrapposizioni tra blog-title e menu principale.</p>
<p>I metadata flottanti, il comment-flow e il footer transigono le regole di iper-semplicità che mi ero dato, ma garantiscono un po&#8217; di &#8220;movimento&#8221; all&#8217;impaginazione altrimenti eccessivamente asettica.</p>
<p>La sidebar, oltre alle pseudo-iconcine social, suggerisce qualche percorso di navigazione tra i post in archivio (il form di ricerca, i post correlati, gli ultimi commenti) e punta alla mia attività di micro-posting su <a href="http://friendfeed.com/telemaco">friendfeed</a>.</p>
<p>Infine, la tagline. La tagline fissa, sempre lei, una frase che dovrebbe identificare il contenuto del blog e anche lo scrivente, immobile nel tempo, ecco: mi soffocava, mi angosciava il pensiero di dover trovare una frase tanto significativa da contenere tutto questo. La soluzione: creare un account <a href="http://twitter.com/telemac0tagline">twitter</a> dedicato solo a questo, non il mio personale (peraltro usato pochissimo e solo di rimbalzo da friendfeed), uno nuovo il cui ultimo status update costituirà il sottotitolo del blog; con l&#8217;indubbio vantaggio di conservare anche tutte le tagline precedenti. Pacca sulla spalla del committente.</p>
<h3>Il dramma del deploy</h3>
<p>Beh, non poteva andare mica tutto perfettamente. Il mio database salva(va? ancora non lo so) i post con codifica latin-1, mentre il nuovo WordPress oramai viaggia su utf-8; questo ha comportato, nel momento dell&#8217;aggiornamento non tanto del tema, quanto del motore sottostante, che tutti i caratteri speciali (accentate e simboli) si trasformassero in combinazioni illegibili di altri caratteri. L&#8217;unica procedura che ha funzionato è stata l&#8217;esportazione completa del DB, il cerca-sostituisci di tutte le accentate, e la re-importazione del tutto. Ore e ore, naturalmente. Con la tristezza nel cuore, poi, mi sono accorto che nel feed rss le accentate sono ancora tutte sballate. Ma oggi no, eh, oggi non ci penso neanche.</p>
<h3>Quanto</h3>
<p>Tanto, tanto tempo. Più di quello che prevedevo. All&#8217;incirca 30 ore di lavoro, con test di compatibilità solo su Firefox, Safari, IE7 e IE8 e Google Chrome.</p>
<p>Speriamo (io e il committente) che almeno un po&#8217; vi piaccia.</p>
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		<title>Voce e contesto</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Sep 2008 21:14:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Telemaco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo sviluppo di servizi Web in questa fase si svolge (almeno!) su due piani diversi. Tutte le applicazioni che sono state definite come &#8220;web 2.0&#8243; hanno raggiunto un livello di maturità  sostanziale: permettono la condivisione di ogni tipo di informazione digitalizzabile, consentono di disgregare, ri-aggregare e condividere stream XML eterogenei. Le novità  vengono dalle varie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo sviluppo di servizi Web in questa fase si svolge (almeno!) su due piani diversi.</p>
<p>Tutte le applicazioni che sono state definite come &#8220;web 2.0&#8243; hanno raggiunto un livello di maturità  sostanziale: permettono la condivisione di ogni tipo di informazione digitalizzabile, consentono di disgregare, ri-aggregare e condividere stream XML eterogenei. Le novità  vengono dalle varie combinazioni di <strong><em>target</em> di utenti</strong> individuato e <strong><em>feature</em> offerte</strong>, combinazioni virtualmente infinite ma che non mutano radicalmente la struttura dei servizi.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-329" title="20services" src="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2008/09/20services.jpg" alt="Icone di servizi 2.0" width="363" height="42" /></p>
<p>La sfida &#8220;web 2.0&#8243; si gioca ora sulla creazione di ambienti di ampio respiro capaci di attrarre per possibilità , esperienza utente e generica <em>coolness</em> il maggior bacino di pubblico disponibile. I modelli di business caratteristici di questo tipo di servizi sono fondamentalmente tre:</p>
<ol>
<li>il classico <em>advertising</em>, ovvero la cessione retribuita di porzioni di schermo, di interfaccia grafica, del proprio servizio;</li>
<li>la <em>premiumship</em>, iscrizioni aperte a tutti ma funzionalità  avanzate solo a pagamento;</li>
<li>l&#8217;<em>appetibilità , </em>una combinazione variamente bilanciata di bacino di utenza e servizi offerti, capace di invitare all&#8217;acquisizione un grosso colosso del mercato.</li>
</ol>
<p>C&#8217;è un altro piano però, più innovativo e ancora sommerso (qualcuno parla da anni oramai di 3.0, a me piacerebbe che, visto che siamo nel campo del marketing, ci si sforzasse almeno un pochino e, se proprio si deve, si trovasse un nome connotativamente più adeguato), che si sviluppa sfruttando geolocalizzazione (GPS), banda larga mobile, IA. L&#8217;<strong>esperienza utente</strong> è coinvolta centralmente in questo processo di evoluzione: il legame di dipendenza da mouse-tastiera-schermo, setting e periferiche di input tradizionali per l&#8217;utilizzo di servizi web, si allenta a favore di soluzioni più quotidiane e decontestualizzate.</p>
<p><a href="http://labs.google.com/gaudi"><img class="alignnone size-full wp-image-330" title="gaudi" src="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2008/09/gaudi.jpg" alt="Gaudi, Google Search Indexing" width="144" height="66" /></a></p>
<p>Sono secondo me significativi, a riguardo, progetti come <a href="http://labs.google.com/gaudi/static/faq.html" target="_blank">Gaudi</a> (<strong><em>Google Search Indexing</em></strong>, il progetto di voice recognition targato Google per la ricerca di video attraverso input vocali), e soprattutto come <strong>Tellme</strong>. <a href="http://www.tellme.com/" target="_blank">Tellme</a> è (da qualche tempo) un servizio della Microsoft Business Division, servizio che conta 40 milioni di utenti, stando ai dati pubblicati sul sito.</p>
<p><a href="http://www.tellme.com"><img class="alignnone size-full wp-image-331" title="tellme" src="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2008/09/tellme.jpg" alt="TellMe" width="117" height="59" /></a></p>
<p>Il servizio Tellme pensato per l&#8217;utente finale combina un motore di ricerca, il riconoscimento vocale e la geolocalizzazione, e permette così di ricercare un&#8217;informazione attraverso la propria voce, e di ricevere una risposta <em><strong>multimodale</strong><strong></strong></em>: vocale, grafica-testuale, su mappa, <strong>contestualizzata rispetto al luogo</strong> in cui si effettua la ricerca e rispetto <strong>alle caratteristiche del richiedente</strong>. Dal punto di vista dei servizi alle aziende vale da esempio la storia di <a href="http://www.dominos.com/" target="_blank">Domino Pizza</a> riportata come <em>case study</em> sul sito istituzionale: la conquista del mercato degli ispanici attraverso l&#8217;erogazione di una &#8220;esperienza cliente&#8221; più coinvolgente, un CRM automatizzato da un sistema di voice recognition, capace di apprendere accenti e gusti col passare delle telefonate.</p>
<p>Per tornare ai modelli di business, quello di TellMe, tra Servizi a Valore Aggiunto su mobile, valorizzazione dei &#8220;suggerimenti&#8221; che il motore di ricerca fornirà  in una data zona (nello stesso quartiere, quale pizzeria consiglierà ?), e servizi per le aziende, sembra particolarmente consistente.</p>
<p>La killer-application per il web mobile, comunque, ancora non esiste. Per fortuna, direi. Mi piacerebbe infatti che i talenti e i fondi italiani si concentrassero, per una volta, e magari soprattutto a livello pubblico (ma questo sarebbe sognare, lo so) non nell&#8217;inseguimento e nella rielaborazione di idee già  viste negli States o altrove, ma in uno sforzo ingegneristico e creativo mirato alla reale innovazione. Quella vera, che fa cavalcare l&#8217;onda, ha ricadute positive e vaste, permette di aprirsi ai mercati internazionali.</p>
<p><a href="http://www.openspime.com"><img class="alignnone size-full wp-image-332" title="openspime" src="http://www.telemac0.net/wp-content/uploads/2008/09/openspime.jpg" alt="OpenSpime" width="199" height="55" /></a></p>
<p>Sicuramente a causa della mia ignoranza (che nel caso mi piacerebbe venisse colmata), gli unici che posso citare sono i <a href="http://www.openspime.com/about-us/management-team/" target="_blank">ragazzi</a> di <a href="http://www.openspime.com" target="_blank"><strong>OpenSpime</strong></a>, alle prese con <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Internet_of_Things" target="_blank">Internet of Things</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Radio_Frequency_IDentification" target="_blank">RFID</a>; non li conosco personalmente ma li seguo, li stimo e li ho in simpatia per quello che fanno (anzi, meglio: per il livello di innovazione che c&#8217;è in quello che fanno). Ah: OpenSpime ha sede in California, naturalmente.</p>
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