Mi si avvicinano delle consonanti, dure, giù all’angolo fuori l’ufficio, mentre io aspetto Rita vicino al portone che ho appena chiuso, ché almeno sono connesso e allieto la sosta. Sollevo gli occhi per indagare e incrocio un sorriso castano sulla sessantina: sarà qui per le vetrine coi vestiti, mi dico, e riabbasso gli occhi sulle scritte che ho tra le mani. Sono tranquillo, ci ho fatto caso prima di poggiarmi, sia mai che il commercio si fermi per colpa mia: sono sulla parete, non sul vetro, e non ostacolo la curiosità di nessuno, e sono più che presentabile, alla fine. Ottimo.

T Z G N G N, ancora consonanti nei pressi del timpano destro, vicine, ce l’avrà col marito, sicuro, quello è il marito. Lui è alto, non ha intenzione di sorridere, è lontano dalle vetrine, si muove parecchio e si guarda intorno. E ogni tanto, come la moglie, guarda me. Con la coppia oramai ho un debito di attenzione che estinguo mimando uno sguardo, un sorriso e la più ospitale disponibilità al contatto umano che ho in repertorio; lei apprezza. Sorride. Tra le mani ha uno di quei telefoni larghi da farci stare tutte le lettere, si avvicina, io corrugo le sopracciglia in modo che il punto interrogativo sia evidente, la signora mi ripete in faccia il più duro "What’s goin’ on?" che io abbia mai sentito, e indica il cielo.

Mi scusi, non so il tedesco, le dico in inglese.  Che poi era tedesca sul serio, almeno.

Lei allarga il sorriso; mi chiede se sono italiano, in inglese: sì, sono italiano. Mi chiede, "sei capace a parlare l’inglese?", è divertita, ed è a quel punto che realizzo, ora sembrerà provincialismo inferiorità pregiudizio mio, ma si vedeva che negli occhi ci aveva "italiani giovane non sanno parlare inglese e poi si lamentano della crisi, Berlusconi". Io non è che sul momento mi ci incazzo, anzi, mi imbarazzo un po’ e avverto di colpo la responsabilità di difendere una generazione intera, mi viene in mente Rutelli e a quel punto sento il peso di tutta la nazione, sulle spalle, e degli emigrati, anche. E poi "Berlusconi" cosa? Io quelle colpe non me le prendo mica, l’unica cosa che voglio prendere ora sono le distanze dallo stereotipo patetico che si sta materializzando proprio davanti ai suoi occhi, signora. E tutto grazie a me.

Finché il marito non prende in mano la situazione. Il marito è meno spiritoso, e parla un inglese duro ma meglio scandito. Mi guarda, indica il cielo, e mi chiede "cosa succede?".

Rapida analisi della voluta celeste. Il cielo è diviso in due; guardando verso Piazza Venezia è del solito meraviglioso azzurro delle otto di sera di giugno e bagna di giallo gli ultimi piani dei palazzi; sopra di noi e verso San Pietro, invece, è grigio scuro, non troppo carico ma niente di promettente. Finalmente capisco: li guardo, cordiale, verrà a piovere entro una mezz’oretta, faccio, sicuro, e annuisco, guardo ancora e confermo, in splendido inglese, sì, secondo me entro mezz’ora se stiamo qui ci inzuppiamo, e sorrido io, stavolta.

Lei ride. Lui mi fissa, punta il dito al cielo e "Gli elicotteri", mi dice, "cosa stanno facendo tutti questi elicotteri, qui".

Ah. Ok.

Mi riprendo, ci sarà una manifestazione, forse, dico; in effetti anche tutte queste camionette che indica suo marito, signora, forse in effetti c’è qualcosa, magari a Piazza Venezia. "Di là?". No, signora: dall’altra parte, è Piazza Venezia, dall’altra parte. Lei ride. E in effetti.

Arriva Rita che mi sfila dall’imbarazzo, goodbye, altri sorrisi. Un po’ ci stavo rimanendo male, sulle prime, serio; poi ho pensato: signore canuto, lei guardava gli elicotteri, ma allora è vero che siete guerrafondai, ma guardi il cielo piuttosto. E che è.

Poi non ha neanche piovuto.