La decisione di Paul The Wine Guy di cancellare la sua identità digitale è già in fase di digestione, o almeno così sembra leggendo qui e lì; prima che, acconsentendo al suo volere, tutti noi ce ne dimentichiamo, voglio spenderci due parole, non tanto sul PTWG “persona” quanto sulle cause e le conseguenze della sua autocancellazione.
Paul, webbicamente, appartiere alla tipologia dei generosi, dei produttori. E’ uno che pubblica parecchio. Se ha un’idea, la mette in piedi e online. Al netto delle considerazioni su ego e autocompiacimento e tutto quanto si può dire di chiunque assurga ad una qualche forma di notorietà, Paul nel corso dei.. tre anni? che lo vedono in pista ne azzecca diverse. “Understanding Art for Geeks”, la sua gallery che storpia classici dell’arte con simbologia tipicamente tecnologica, finisce per avere una visibilità superiore a quella che lo stesso PTWG sperava; tanto da indurlo, dopo l’apparizione sul CorSera online e mentre aveva oramai varcato i confini nazionali, a chiudere la gallery e far sparire le immagini, per non incorrere in qualche denuncia per violazione del copyright, non abbastanza remota da fargli rischiare il suo anonimato – probabilmente l’unico spauracchio cui sottoponeva le sue decisioni sulla gestione della sua identità online.
Poi i cartelloni elettorali modificati, il “Sex Everywhere”, e “Basta con le cazzate, torniamo alle notizie importanti”, senza trascurare b-trail, un servizio di aggregazione, condivisione e commento niente male – per quanto migliorabile e sgrezzabile e bisognoso di makeup – ora anch’esso giù, segato, pronto ad essere dimenticato. Tra l’attitudine a creare gallery tematiche e l’attenzione al paradosso della quotidianità che accade sotto i nostri occhi, PTWG finisce per essere un hub, un punto riconosciuto dove segnalare quanto di strano, freak e grottesco avviene in alcuni ambiti della nostra società. Il piglio da fustigatore del marketing sfacciato e a volte pecoreccio che, a ondate, prova ad impadronirsi di una serie di spazi a cui evidentemente PTWG teneva sia per indole che per amore del personaggio che interpretava, chiude il quadro di una personalità che era stata in grado di passare da piccolo rompiballe a nodo riconosciuto nel mondo dei blog italiani in un tempo relativamente breve.
Fino al culmine (dell’autoreferenzialità da lui sempre denunciata): dopo le citazioni sui portali mainstream, la premiazione alla Blogfest. E quindi, di conseguenza, l’abbandono, la chiusura di tutti gli account: tutto quello che PTWG aveva prodotto e aveva commentato e condiviso non è più (facilmente) rintracciabile. Qualche traccia resterà sicuramente in qualche HD di appassionati, qualcuna, temporaneamente, nella cache di Google, e altre saranno rintracciabili da servizi come web.archive.org, ma saranno solo brandelli e di certo questi ritrovamenti non sarebbero graditi al suo autore (approfitto di quest’inciso per chiedergli scusa di quanto sto riportando a galla).
Il punto è: come mai il web non riesce a premiare un creatore di contenuti riconosciuto da un pubblico come PTWG? Perché non c’è stata nessuna offerta economica in grado di farlo rinunciare (almeno in parte) all’anonimato e a far diventare un lavoro quello che lui invece curava sottraendo tempo ad altre attività, alla famiglia, e nonostante il lavoro, elementi che lo stesso Paul riconosce, in un’intervista recentissima, come concause del suo programmato abbandono? Insomma, se il web nostrano non riesce a convincere un PTWG a continuare a produrre contenuti apprezzati e quindi click e quindi a coltivare un audience, qual è la direzione intrapresa dal web, in particolare da quello italiano?
Il business model (locuzione rimasticassima che dona una nobiltà immeritata a tutto un esercito di espedienti) sembra premiare solo i grandi numeri: grossi portali di news che contano su redazioni strutturate, i servizi che ospitano e permettono la creazione di UGC (ma non gli utenti che vi contribuiscono), i publisher che sottopagano copincollatori di professione, lo sbocco anelato verso media tradizionali. I profitti veri e “indipendenti” per ora vengono esclusivamente dalle consulenze a grandi aziende o committenti, che quindi in una maniera o nell’altra, pubblicando come editori o selezionando forza lavoro come committenti, continuano a gestire informazione e contenuti anche su web. I modelli pubblicitari adottati, nutriti e imposti come standard da Google, non fanno altro che rafforzare metriche quantitative identiche a quelle utilizzate per la televisione, il media che molti vedono come l’antagonista reazionario da combattere con i contenuti provenienti dal basso, la meritocrazia democratica, la scelta sempre disponibile e a portata di click, e che invece risulta il modello cui si tende, con molta timidezza e senso di soggezione.
Insomma, la storia di PTWG è emblematica ed è un pretesto. Il web è gratis quindi tutto è condiviso. Ma se tutti i contenuti sono gratis, l’utente pagherà solo i servizi, e lascerà alla pubblicità il compito di sovvenzionare chi produce contenuti. Pubblicità che sul web si calcola con metriche identiche a quelle dei media mainstream, quindi puntando esclusivamente sulla quantità (le metriche per la qualità servono solo ai sociologi, mi sa); di conseguenza solo i grandi content provider, i portali che accentrano e che riescono a convogliare e fidelizzare utenza con aggiornamenti a frequenze elevatissime e a massimizzare la loro presenza sulle keyword di ricerca più utilizzate nel determinato momento storico riescono a guadagnare qualcosa con la pubblicità, o quantomeno tolgono respiro ai piccoli, cui rimane qualche spicciolo (e non è una metafora consunta, qui si tratta proprio di spiccioletti) con cui non riescono neanche a pagare lo spazio web. E che vengono perciò confinati a ruoli di secondo piano e contentini – nel migliore dei casi – da poche migliaia di euro: la pubblicazione del libro, tipicamente, o la comparsata in tv, o entrambe. Fino al prossimo oblio (Pulsachi?). Dall’altro lato i freelance professionisti dell’autopromozione agonistica, che spesso varcano il confine dello spam pur di massimizzare il loro impegno, finché il loro unico impegno non diventa intercettare keyword e spammare quanto si pubblica; e il paradosso è compiuto, i contenuti originali degli utenti diventano un pretesto per assecondare le logiche automatizzate della pubblicità, unica fonte economica accessibile. Più cala l’originalità, l’indipendenza, la spontaneità in favore della meccanizzazione del posting, più si verrà premiati. E buonanotte ai sogni di chi pensava che sul web si potesse davvero realizzare un’altra forma di comunicazione.
Quale futuro ha un web così organizzato? Le carte in mano ai produttori di contenuto “dal basso” sembrano poca cosa: tentativi più o meno mascherati di blogring, confederazioni che provano ad adeguarsi alle regole del gioco facendo cooperativa (quando va super-bene) e convogliando click e pubblicità, o il nanopublishing, in alcuni casi – neanche troppo rari – una forma di schiavismo contemporaneo tutto votato alla massimizzazione del ricavo a spese tendenti a zero. Davvero poca roba, in attesa della nuova piattaforma di pubblicazione verso cui convogliare i produttori generosi e da cui ricavare il massimo. Al netto del mitologico tramezzino con cui intortare il prosumer di turno visto come conferenziere, uditore, o potenziale vettore di marchetta, cosa ha guadagnato il web quando ha rinunciato alla sua primitiva e grezza essenza di alternativa di nicchia per diventare un mezzo dall’enorme bacino di utenza potenziale? Se, da un lato, il livello dei servizi disponibili e le possibilità di pubblicazione sono da sogno e continuano ad evolvere, dall’altro stiamo creando o quantomeno assistiamo inermi alla creazione di un sistema arido, dotato di una meritocrazia perversa in cui le regole con cui si stabilisce il merito sono fatte, un’altra volta, l’ennesima, da numeri e pubblicità.



Paul The wine Guy ha chiuso il blog http://bit.ly/4hwu4m (via @catepol )
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RT @giuliano_abate gli interrogativi posti qui http://bit.ly/2JcdhK possono innescare, credo, belle discussioni.
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(esco dal lurking: ciao)
Ottimissimo post. Per tenerci i PTWG della rete io vedo solo due soluzioni:
- ) Il mecenatismo dall’alto. Qualcuno con tanti soldi e un interesse a mantenere via la qualità della rete o di parti di essa. I provider? Qualche specifico sito tipo Flickr? I gestori delle piattaforme di publishing? In fondo, se Tumblr/Blogspot/Wordpress riescono a fare soldi (ci riescono?) basandosi sull’aggregazione di migliaia di utenti che generano microtraffico, è perché qualcosa spinge questi a usare le loro piattaforme: tra questo qualcosa c’è anche il fatto di averle viste usare da gente “famosa”. Sono i loro testimonial, insomma, e mi sembra stupido non retribuirli.
-) Il mecenatismo dal basso. Io dieci euro all’anno a PTWG perché continui a intratternermi glie li darei volentieri. Vabbeh, finché a sparire è solo lui. Se sparissero tutti i blogger che più o meno seguo non darei 10 euro a tutti, ma un 30-40 euro da dividere tra una decina di blog sì che li metterei. Non si trovano un migliaio di persone disposte a dare 3 euro all’anno al proprio blogger preferito? Tremila euro all’anno non ci si vive, certo, ma forse è abbastanza per convincere a mantenere in piedi un hobby.
In entrambi i casi, però, per passare dalla teoria alla pratica, ho paura che sia necessario un impoverimento della rete. Morto un ptwg se ne fa un altro, gratis. Ma quando ne morissero un centinaio e la rete cominciasse a fare un po’ più schifo, ecco che forse un po’ di gente si sentirebbe disposta a sborsare qualche euretto per ritornare ad avere, pagando, ciò che prima aveva gratis. La “sky-izzazione” di internet, in pratica.
Ciao Leonaltro, benvenuto. Io spererei che il mecenatismo fosse dall’alto, in questo contesto. E più che di mecenatismo parlerei di concorrenza: avere i migliori porta più traffico, più traffico ti porta soldi, allora spendi X per avere i migliori in modo da guadagnarci 10X. Temo però che questa catena linearmente ineccepibile si scontri con i veri numeri, quelli di quanto costa e quanto rende mantenere una piattaforma di pubblicazione online, in sostanza. Sempre per come la vedo io, “dal basso” l’utenza già paga, mensilmente, per accedere a quei contenuti pubblicati sul Web. Quindi sono i carrier dati gli unici che effettivamente guadagnano la fetta più grossa della torta dai PTWG che pubblicano e condividono online. Ed è da loro che bisogna pretendere la ridistribuzione dei guadagni. Ma che succeda questo, cosa che io in linea teorica vedo come “giusta”, mi sembra parecchio improbabile.
sul fatto che sia “giusta” la soluzione dall’alto penso che concordiamo quasi tutti
( “i soldi ce li devono mettere gli altri” è sempre una delle mozioni su cui si raggiunge più facilmente il consenso
Però concordo anche sull’improbabile, e quindi mi pare che tocchi comunque a noi, pagarci il web che ci piace, se ce lo vogliamo tenere così.
Il paragone con la vita offline più vicino che mi viene da fare è con gli artisti di strada: noi abbiamo già pagato per l’infrastruttura che gli consente di esibirsi: la piazza, le strade di accesso, le panchine, etc.
E una piazza in cui è risaputo che si esibiscono bravi artisti di strada porterà sicuramente soldi ai commercianti che hanno un negozio che vi si affaccia.
Quindi si può dire che sia giusto che a pagare l’artista debbano essere il Comune e i negozianti.
Ciò nonostante, se uno è bravo io qualche soldino glie lo dò lo stesso molto volentieri, sia perché mi pare gisuto che per tutelarmi dalla pitoccheria di Comune e commercianti: hai visto mai che quelli non pagano, e gli artisti vanno da qualche altra parte, lontano da me.
sui cui si esibiscono l’abbiamo già pagat
estendo il paragone: già paghiamo, in forma di tasse, i costi per strade, mezzi di trasporto etc, insomma tutta l’infrastruttura fisica che consente, tra le altre cose, ai commercianti di commerciare. Però poi qualche decina di euro all’anno per comprare il giornale, o andare al cinema
(scusa, mi è partito l’invio con un pezzo di post che mentalmente avevo deciso di cancellare, in quanto esempio non adatto. Il post vale fino a “lontano da me”)
[...] telemac0 » E adesso, consigli per gli acquisti Fonte: http://imod.tumblr.com/post/211195027 [...]
la fine di paul the wine guy lascia addolorati, una riflessione che mi par buona http://bit.ly/4hwu4m
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[...] This post was mentioned on Twitter by tirebouchon and Cristiana Formetta. Cristiana Formetta said: Paul The wine Guy ha chiuso il blog http://bit.ly/4hwu4m (via @catepol ) [...]
Anch’io pagherei per alcuni contenuti di qualità, magari in una forma diversa da “10 euro l’anno solo per un blog”. Solo che non mi sembra un modello che si possa estendere ad una massa significativa di persone. Credo che la maggior parte delle persone consideri il pagamento al provider l’obolo che deve loro consentire l’accesso a tutto quanto c’è su Internet (neanche solo sul “web”): pago 40 euro al mese per una flat, quindi posso scaricare i film e l’intera discografia degli ABBA, figuriamoci leggere un blog. Le pubblicazioni a pagamento che sopravvivono sono quelle molto tecniche; un’altra forma di pubblicazione a pagamento sono le pubblicazioni accademiche. Ma su quello che è “informazione” e intrattenimento leggero o satira o cazzeggio, non credo in Italia ci sia un’utenza preparata a pagare. E, ripeto, credo che abbiano anche le loro ragioni: già pagano, quell’accesso.
compliemnti al necrologio, spero poco “necro” per la verità. PTWG ci manca davvero! complimenti anche a te cyb, scrivi bene e il post era tecnico e/ma interessante