Il gol più bello che ho segnato
Quando ancora avevo fiato per fare l’elastico al kick-off, correndo verso la porta avversaria senza palla per poi tornare velocemente verso il centro a ricevere e spizzare di prima, allungando gli avversari, i miei amici (ma solo i più intimi) sapevano che mentre mi arrivava il pallone e io ero spalle alla porta potevano corrermi di fianco, mettendocene quanta ne avevano, perché la palla gli sarebbe arrivata sullo spazio.
Il gol più bello che ho fatto non è un tiro al volo o un’acrobazia o un tiro a giro sul secondo incrocio, ma un gol corale e sfrontato di 5 diciottenni che misurano un metro e settanta e affrontano 5 venticinquenni dal metrottanta in su, fighi, fisicati, semipro che con cinque liceali ci si pulivano gli scarpini.
Al fischio d’inizio Donato tocca il pallone e si allarga a sinistra, è il suo posto perché ha un mancino dolce e l’intelligenza e l’occhio per farci ciò che gli pare, è un po’ pigro e col passare dei minuti si innervosisce ma sai che se scatti nel vuoto arriverà un pallone accarezzato.
Io scarico subito dietro su Ivan, a Ivan piace fare il centrale difensivo, lo fa con un ghigno sulla faccia di un’ironia coltivata negli anni, lui centrale, destro, e il suo gemello omozigote Denis – in quel momento in porta – terzino sinistro. Entrambi sono minuti ma hanno doti fisiche naturali che uno non si aspetterebbe, a guardarli; velocità sul breve ed elevazione, in particolare. Ivan ne approfitta quando gioca, scattando all’ultimo per anticipare. Col sorriso. Si scambiano il pallone, lui e il fratello, e Ivan lo riprende e guarda in avanti.
Io ho già cominciato il movimento, sono verso la porta avversaria, mi giro di scatto e torno indietro mentre Francesco, a destra, ha iniziato la sua corsa col piatto del piede e le Reebok Pump; Lollo (Francesco) corre col piatto del piede, sempre, è un po’ sovrappeso ma in allenamento, gli piace il tennis, le moto, le fighe di legno, i Pink Floyd e non comprerebbe mai uno scarpino da calcetto.
Sono al centro del campo, spalle alla porta, la palla mi sta arrivando in verticale ed è un attimo, apro le gambe e col tacco destro la tocco alla mia sinistra dove Francesco sta lasciando impronte complete, nell’istante in cui la tocco mi giro e comincio ad andare verso la porta più forte che posso, e quello sarà sicuramente il massimo che potrò, perché siamo a inizio partita e ancora ne ho.
Scatto in avanti ma guardo Francesco per capire cosa farà, sperando che stoppi e mi lasci due secondi di strada che nel frattempo si è liberata, sono passati 5 secondi in tutto e gli altri, i fighi, sono sconcertati dal tacco ma ancora si muovono lenti, alla fine siamo più bassi, più leggeri, e due di noi giocano con gli occhiali da vista, cosa vuoi che facciamo. Ma Francesco se ne frega di tutto e, invece di stoppare sulla corsa e andare, pianta a terra il sinistro mentre il pallone sta arrivando e col destro appoggia un piattone che traccia una diagonale: dal punto in cui la linea di centrocampo si congiunge alla linea laterale destra verso il secondo palo della porta avversaria.
In quel momento l’ho odiato, ma aveva ragione lui.
Io sto già correndo, la palla sembra lunga ma ai tempi ci credevo, con 12000 sigarette in meno nei bronchi e meno grasso e più vita da spendere; alzo per un attimo lo sguardo e la preoccupazione che finalmente spalanca gli occhi degli avversari mi soffia alle spalle: loro sono tutti spostati a destra, perché sul mio tacco si erano stretti a minacciare Francesco, ma il pallone va dal lato opposto.
E allora ci provo; ho un solo tocco per fare gol, perché se stoppo il pallone avrò uno molto più calciatore di me sulla spalla destra, e me lo toglierà, e io ci resterò malissimo; il portiere, Flavio, ecco il portiere è un obiettivo alla mia portata: fa Economia, non ha mai avuto pretese da calciatore, e si dice che la tipa gli mette le corna. Altre due falcate e sono al limite dell’area, il pallone è a 80 centimetri, pianto a terra il destro e sbircio verso la porta mentre preparo il piatto sinistro: Flavio copre il primo palo con le braccia larghe, c’è uno spazio, chiarissimo, tra il suo ginocchio e la sua mano, un quadrato di 60 centimetri di lato, e allora la tocco quasi di punta, per alzarla lì dentro, e via. Gol.
Noi ci guardiamo, ridendo, corricchio verso la mia metà campo battendo cinque e ripensando agli 8 secondi appena passati.
Angelo, quello più forte degli altri, quello che non solo era forte ma stava pure con quelle irragiungibili, e già lavorava, faceva il carabiniere, e si era comprato il BMW serie 3, Angelo riporta il pallone verso il centro con aria sconsolata, e urla ai suoi terrorizzato dall’idea che un pugno di ragazzini smilzi li riempisse di schiaffi.
In quel momento, subito dopo il gol più bello che ho fatto, abbiamo vinto. Dopo un’ora, invece, abbiamo perso 8-1.
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