Piuttosto che ammorbare HTML.it con un commento-fiume e rimanere anche insoddisfatto, preferisco farne un post.
Per strutturare un’analisi del nuovo sito del Partito Democratico mi affido a un semplice schema di sviluppo di un sito Web; nulla di trascendente, ma mi permette una forma di categorizzazione. E allora, si cominci:
1. Definizione dei requisiti
Il committente di http://www.partitodemocratico.it è un intero partito, ma è soprattutto Walter Veltroni, o meglio il suo staff di comunicazione, per ovvie ragioni politiche e di contesto temporale (si va alle elezioni tra due mesi, insomma, e la faccia ce la mette lui). La scelta della committenza è caduta su Dol.it; nonostante gli slogan e i paroloni tipo mission, eccellenza, strategy, branding, perseguire, merda, Carlo, aborto [1], si tratta fondamentalmente di una web-agency con sede a Roma, nel cui portfolio scorgo ilCannocchiale.it. La notorietà del committente ci permette di ipotizzare cosa questi abbia chiesto all’azienda: una porta sul Web meno banale e spernacchiabile di alcuni esperimenti precedenti (tipo il famigerato blog di Prodi); e, soprattutto, una porta bidirezionale. Facendo un pò di reverse-designing ipotizziamo che la scelta sia caduta su Dol.it proprio per l’esperienza su una piattaforma come ilCannocchiale (oltre che per le ipotizzabili relazioni tra staff di Veltroni e azienda; siamo a Roma, senza relazioni non si lavora). La risposta dell’azienda a prima vista sembra essere stata “2.0, ma anche 2.5, che faccio, lascio?”
2. Information Architecture
Qui secondo me il vero punto dolente, il punto debole del sito che ne preclude la navigabilità a meno di non essere animati da una fortissima motivazione; ma così non si cattura nessuno che non sia già attivo di per sé. L’information overload assale il visitatore casuale e l’utente non particolarmente attento, ma anche quello accorto; io sono alla sesta visita, ma l’istinto, ad ognuna di queste, continua a suggerirmi dopo pochi secondi di aprire un altro Tab su Firefox e tornare sulla mia home page personalizzata di Google.
L’home page del PD è organizzata in 8 blocchi di informazione orizzontali, alcuni dei quali a loro volta suddivisi in colonne per ospitare diverse sezioni:
- il primo, reso praticamente invisibile dall’assenza di contrasto figura/sfondo, contiene tre link di servizio e un form di ricerca (quest’ultimo, utile per quegli utenti che non navigano ad albero che invece sono stati parecchio trascurati da questo design); comprensibile la scelta di sacrificare i tre link Redazione, Mappa sito e Contatti, disposti peraltro nella zona in cui un utente medio si aspetta di trovarli;

- il secondo blocco, la testata vera e propria, è diviso in tre colonne; a sinistra il logo del PD, nella sua posizione naturale; a destra un’immagine contenente del testo (ma senza testo alternativo) che linka al Forum; al centro una fila di 4 link percepiti istintivamente come i principali del sito: informati, conosci, attivati, myPD, rigorosamente con le minuscole, e sovrastati letteralmente da uno slogan reso con la solita immagine (stavolta in background, senza neanche la possibilità di testo alternativo) e un link in verde: ciò che ci sta a cuore; domanda: perchè quest’ultimo link punta a un dominio di quarto livello come http://cistaacuore.pd.dol.it/?
- si parte con i fuochi d’artificio; sembra un blocco videostreaming: foto di ragazzi con impressa in trasparenza, la scritta “W l’Italia” (ci si aspetta di trovare un video a la YouTube, si accede invece ad un articolo… mah); anteprima del Forum con iconcine “leggi” e “scrivi” didascalizzate; gallery verticale di 3 immagini (incomprensibili, ma taaaanto decorative), box all’estrema destra dedicato all’iniziativa “AttiVati, convinci 5 amici a votare PD“; si tratta insomma di preview di contenuti testuali;
- ancora fireworks: il blocco rich-media-content, primo box per segnalare la necessità del plug-in Silverlight, secondo box ancora con link testuale al plug-in e link testuale al discorso di Spello, terzo box con 3 thumbnail di video tratti dalla presumibile videogallery;
- quinto blocco, un blocco giornalistico-organizzativo diviso in un box grande 2/3 della larghezza con thumbnail, titoli e autori di contributi vari (articoli, presumibilmente) al sito; rimanente 1/3 occupato da un minibannerino che invita a conoscere i dirigenti del PD, e a un più grande box-agenda;
- Sesto box completamente destinato al Social Networking (eccolo!), box così alto e ricco che andrebbe pensato come un home-page a parte (magari di un sottodominio, tipo network.partitodemocratico.it?), in cui troviamo il link all’iscrizione, i preview di alcuni contributi testuali “dal basso” (ma inseriti come?), e i link ai principali software di cazzeggio 2.0 che tutti noi conosciamo (twitter, youtube, flickr.. e, stranamente, ilCannocchiale, toh)
- Alleluja, alleluja. Al settimo blocco troviamo finalmente delle categorie, dei link, della chiarezza. Self-explaining:

Il punto è che, per arrivare a questi link, è necessario procurarsi un crampo all’indice destro a forza di scorrere con la rotellina del mouse - L’agognato footer, con indirizzo, link “contatti” e link alla web-agency di cui sopra
3. Web design
Il codice è discreto. Non perfetto, soffre di div-ite acutissima, poteva essere realizzato con più semplicità, ma, data l’Information Architecture..
Il codice non è valido; la sola home page, al test del W3C, soffre di 64 errori.
Il codice non è accessibile: dei 64 errori, il buon 90% riguarda la mancanza dell’attributo alt per il testo alternativo alle immagini. Scegliere Silverlight di Microsoft per i rich-media content invece che un classico e diffusissimo Flash è un’altra pugnalata all’accessibilità.
Detto questo, il codice è migliore di quello visto in molte altre occasioni del genere; e allora, prendiamolo come un passo in avanti.
4. Visual design
L’impatto grafico con il sito è gradevole; fresco, “moderno”, tanto 2.0 quindi sicuramente un layout aggiornato, al passo coi tempi.
Dopo il primo abbaglio da novità, l’architettura caotica prende il sopravvento sull’impatto visivo; il disorientamento è palese. Anche il design visuale, però, ci mette del suo, con alcune scelte contestabili (è un eufemismo). C’è molta confusione sull’utilizzo dei colori lungo il sito, anzi, nella stessa pagina; un esempio vale più di mille parole:

In questo riquadro (ci si accede provando ad andare sui Fora) oltre al titolo, ben in evidenza, e all’area del social-bookmarking schiarita perché in attivazione (tutto chiarissimo fin qui), troviamo due aree di testo:
- 12 febbraio 2008 | Area principale | Articolo
- TAGS /Parole chiave | forum pd | forum democratici
Nelle due aree, la logica visuale è opposta: in alto, i link sono le scritte in grigio; in basso, il testo in grigio non è anchor text, mentre lo è quello in verde. Siamo negli stessi 15 centrimetri quadri, e la logica grafica è ribaltata.
Notazione personale: dei colori del logo, il verde è sovra-utilizzato per tutto il sito, mentre il rosso non viene usato neanche per i bordi di un boxino di servizio (e secondo me la scelta non è per nulla casuale).
5. Conclusioni
In realtà ci sarebbe molto altro da dire sulle pagine interne e sulla struttura della navigazione, ma questo post rischierebbe di diventare una recensione fiume su un sito che, per forza di cose, è ancora in crescita e in aggiornamento; per questo mi sono concentrato maggiormente sulla home page.
Nonostante la scelta di campo limitata, la struttura è eccessivamente caotica tanto da scoraggiare una navigazione più profonda a chi non sa già dove andare, o a chi non è fortemente motivato alla scoperta; ma partitodemocratico.it non dovrebbe essere un adventure-game in stile punta-e-clicca, come invece si rivela.
Per Walter Veltroni (voi altri non leggete): per tutto il resto (della consulenza) c’è Mastercard. Sai come contattarmi, c’è scritto qui di fianco.
[1]: Marlene Kuntz, “Primo, Secondo, Terzo”, da Catartica
16 Febbraio 2008 alle 7:04 pm
Ho inserito questo post nella mia lista di lettura, non ti preoccupare. Appena riesco a leggerlo ti commento un po’ meglio di così
2 Aprile 2008 alle 7:57 pm
INTERVISTA CON ROBERTO ZACCARIA.
Televisione: dal monopolio al monopolio
di Laura Tussi
• Mai come in questi anni, tutto il mondo della comunicazione è stato sottoposto ad una tale sollecitazione all’innovazione, al cambiamento e ad uno specifico stravolgimento di riferimenti tradizionali, culturali e di mercato.
Il processo evolutivo che ha riguardato la comunicazione è cambiamento e l’innovazione investe soprattutto l’intera società. Naturalmente la comunicazione si rivela come elemento sensibile della società stessa e registra questi mutamenti e cambiamenti innovativi in maniera più marcata e importante. È evidente che ciò che riguarda il rapporto di relazione tra i soggetti anche su scale sempre più ampie naturalmente presenta un’incidenza marcata come i cambiamenti generali che nella comunicazione presentano una valenza esponenziale.
• Il servizio pubblico nel settore della comunicazione è fondamentale nella vita di una nazione civile. E’ servizio per il pubblico, deve offrire informazione pluralista, formazione culturale e intrattenimento di qualità. Risponde all’esigenza di promuovere la cultura, la conoscenza, lo sviluppo umano, la ricerca e l’innovazione, in sintonia con i principi stabiliti dalla Costituzione italiana.
Il servizio pubblico è un diritto di tutti i cittadini, nato in Europa e confermato da precise politiche nei paesi Europei. E’ ancora più indispensabile in un momento come questo, in cui anche a causa dei meccanismi della globalizzazione economica, è sempre più difficile assicurare ai cittadini un’informazione svincolata da interessi particolari.
Il servizio pubblico ha un senso se i privati tutelano in maniera adeguata i valori che derivano dalla costituzione, quali l’uguaglianza, la parità dei diritti sia in modalità attive ossia nella possibilità di comunicare, di trasmettere, di esprimersi, sia in forma passiva come il diritto ad avere informazioni e a poterle scegliere.
Quindi non occorre pensare che il servizio pubblico sia una sorta di valore valido in ogni epoca, nello stesso modo. Negli Stati Uniti, paese da molti punti di vista più avanzato del nostro come garanzie e diritti, il servizio pubblico presenta un ruolo estremamente marginale. I servizi pubblici invece hanno un ruolo molto importante in Europa dove praticamente sussistono problemi, come in Italia, di garanzie individuali uniformi su tutto il territorio. Il concetto di servizio pubblico non va affrontato come un aspetto permanente, ma come un concetto transitorio che serve per attribuire effettività all’articolo tre della costituzione che cita ”lo Stato rimuove gli ostacoli di fatto che impediscono ai cittadini il pieno godimento dei diritti fondamentali”. Un diritto fondamentale è quello di scegliere e produrre l’informazione, ma siccome non tutti hanno la possibilità di produrre informazione, almeno occorre scegliere l’informazione su misura. Se queste condizioni non sussistono il servizio pubblico nella televisione serve per evitare che il cittadino debba praticamente limitarsi ad una scelta tra due offerte quasi uguali. Se si pensa che il servizio pubblico sia un valore assoluto nell’informazione si cade in un errore.. Il servizio pubblico naturalmente per essere valido e auspicabile deve essere veramente pubblico, perché se diventa dominio dei partiti, allora il servizio pubblico scade ad un livello di molto minore appetibilità. E’ evidente che se si considera il servizio pubblico come un limite che non offre libertà di scelta rispetto ai contenuti e alla qualità dei contenuti, esso viene meno alla sua funzione valoriale ideale. Quindi non è un valore assoluto, ma relativo e di conseguenza deve essere universale, deve garantire tutti e la qualità dei contenuti.
• In Italia si avverte “un’emergenza costituzionale in materia d’informazione, perché potere mediatico e potere politico sono insieme come in nessun altro luogo del mondo”.
Nella maggior parte dei paesi moderni, quando una libertà di informazione si collega e si coniuga rispetto all’impresa come condizione per un suo esercizio efficace, è inevitabile che soprattutto se questa impresa diventa una multinazionale, come per esempio anche un motore di ricerca in Internet, se legato a una multinazionale, assume un peso oligopolista o monopolista. La tendenza all’oligopolio in questa materia è generale in quasi tutti i paesi ad economia di mercato avanzata. In Italia siamo partiti da una situazione in cui la televisione era un monopolio pubblico, per arrivare ad una circostanza di monopolio privato, ossia il titolare della televisione, che scadeva praticamente nel controllo di una sola famiglia. La tendenza all’oligopolio è universale nei paesi a economia di mercato. La tendenza al monopolio è una degenerazione che si è verificata in Italia in determinati periodi e che naturalmente rappresenta il pericolo maggiore. Da questo punto di vista la situazione italiana è sempre stata considerata un laboratorio, in questo caso preoccupante, di quello che in seguito è accaduto in altri paesi, dove subentra sempre questo tipo di influenza sui media, anche se in modalità differenti. La situazione italiana presenta caratteri generali molto simili a quelli di altri paesi e con una esasperazione che deriva da un fatto, nella non risoluzione di due problemi fondamentali: la legge antitrust e la legge sul conflitto di interessi. Se non si risolvono questi due nodi, quella che appare come una fisiologia, la tendenza verso l’oligopolio, quando la libertà è esercitata da imprese di grandi dimensioni, diventa una patologia irreversibile.
• Quanto il problema del conflitto d’interessi e della libertà d’informazione è prioritario per il Centrosinistra?
La coalizione di centrosinistra è presente in tutti i livelli del governo: regionale, provinciale e comunale. Il problema è che a livello nazionale dobbiamo affrontare una legge elettorale che lascia due strade, o delle coalizioni ingovernabili e non governanti o coalizioni interpretate da partiti guida. In questo momento a livello nazionale stiamo gestendo una cattiva legge con un comportamento virtuoso, tramite partiti guida. Però naturalmente è una semplificazione pericolosa, soprattutto con una legge elettorale come quella attuale. Nel programma del partito democratico la legge sul conflitto di interessi è un tema che viene posto, più che sotto la voce informazione, sotto “economia”. Perché effettivamente il conflitto di interessi è una categoria a spettro ampio. La legge sul conflitto di interessi attiene ad una dimensione economica. Non si possono avere interessi economici rilevanti e gestire la cosa pubblica. Perché in maniera pressochè inevitabile subentra il conflitto. Quindi la legge tende a sostenere che colui che ha interessi al di sopra di un certo livello economico deve affidare le proprietà ad un amministratore che si comporta in maniera tale da rendere all’oscuro il proprietario degli interessi dalla gestione degli interessi stessi. Berlusconi ha sempre impedito che si facesse la legge antitrust vera, come l’Europa chiede di fare e come la corte costituzionale si aspetta. Quando parliamo di informazione, la legge specifica è quella antitrust. Quando parliamo di economia, prendiamo in considerazione la legge sul conflitto di interessi. Naturalmente nel caso italiano i due aspetti si sovrappongono perché il principale uomo politico, in questo momento dell’opposizione, si trova nella condizione di essere interessato a una legge antitrust a quella sul conflitto di interessi.
Laura Tussi
1 Settembre 2008 alle 12:21 pm
Come promesso eccomi qua: ne è passato di tempo è?
Dalla tua recensione il sito sembra essere leggermente cambiato ma non è migliorato.
Salta all’occhio il riquadro della TV Democratica in Nero. mi chiedo perché…
La pagina è decisamente lunga e densa di informazione sintomo di mancanza di idee chiare in progettazione o di un cliente che richiede che tutto sia in evidenza.
Per certi versi è una copia spudorata del sito di Obama http://www.barackobama.com/ peccato che pure il sito di obama non sia il massimo della chiarezza.
In particolare myPD di qua e myBO di la.
Ho provato a farmi un giro ad esempio sul sito dei democratici USA ma anche http://www.democrats.org/ ma anche li mi sembra regnare un bel casino.
Probabilmente la domanda che nessuno si è fatto prima di progettare questi siti (come del resto non viene fatta quasi mai) è: a che serve questo sito?
7 Settembre 2008 alle 6:27 pm
Sei un uomo di parola eh!
Concordo sul sovraccarico di informazioni. Temo che con committenti così “pesanti” sia difficile imporre da parte delle agencies che curano l’immagine online la propria professionalità, e finire travolti da richieste dei vari “responsabili della comunicazione” che magari hanno tanta confidenza coi media tradizionali e meno con il web.
Sull’”a che serve questo sito?”: magari nativamente servivano anche a qualcosa. Saranno stati utilizzati appieno solo da chi aveva già intenzione di concedere uno sforzo personale per sostenere il proprio candidato, ma non avranno attirato nessuno a farlo, questo sforzo.
Sintetizzando: sovraccarico informativo e funzionale -> inusabilità -> inutilità.