Non Linux, no.
Linus
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Mi svegliavo la mattina e la prima cosa che vedevo era un poster degli Iron Maiden accanto al letto, per capirci, e già davanti agli occhi mi ballava Linus. Ancora oggi ne resiste qualcuno, nella casa giù in Puglia, un paio sicuramente, uno fine ‘70, formato simile all’attuale ma in carta ruvida, un altro di inizio anni ‘80, piccolo, con la costina non spillata, squadrata, giallo col logo bianco.

La copertina del primo numero di Linus, del 1965

Oggi sono un consumatore abituale di Linus. Anche perchè non esiste altra maniera di leggere qualche buona strip, qui in Italia, al giorno d’oggi. Ma al di là delle strisce, la differenza con quei due numeri che mi capita di rileggere quando d’estate è l’alba e ancora non mi va di dormire, è imbarazzante. Assolutamente imbarazzante.

I critici che recensiscono film, libri, dischi e opere teatrali si sono clamorosamente infighettiti. Ovviamente non sono gli stessi, ok. Ma cosa vi è successo? Di cosa parlate? Come fate a consigliarmi “L’arte del sogno” come se fosse Blade Runner e invece si tratta di un bell’esperimento, soffuso e sognante, per cui bisogna essere predisposti accuratamente? E i dischi? Ma di cosa state parlando? A chi vi rivolgete?

Poi, passi Ennio Peres e i suoi quiz logico-matematici e l’enigmistica. Mi sta bene, non dico nulla. Ma il rugby. Perchè la rubrica fissa, dico? Si poteva fare un giro per gli sport meno battuti, ci sarebbero racconti possibili in ognuno di questi. Anche nel curling. Ma il racconto fisso sui protagonisti del rugby, stufa.

E finiamo con le note peggiori. La politica. Travaglio è ok. E’ divertente da leggere, o almeno mi diverte, bisogna prenderlo con le molle e stare attenti a cosa scrive, ma va bene. Ma la differenza di animo, di sagacia, di causticità, di irriverenza con cui si parla di politica e dei politici su Linus a distanza di 25/30 anni è spaventosa. E non va a favore dei nostri tempi.

Linus è come il Partito Democratico. Uguale. Fortuna che in Linus ci sono le strisce, e ogni tanto scappa da sorridere.

P.S.: Michele Dalai mi deve un ringraziamento. Ho infatti evitato di paragonarlo ad Oreste del Buono. Un anno di abbonamento me lo dovrebbero regalare, su.