Piccoli Pensieri Post Elezioni – 1
(tempo e sistematizzazione delle idee permettendo, rassegnato all’idea che un Grande Post non lo avrei mai scritto)
A proposito del PD. Dopo aver perso il Lazio e il Piemonte, aver fatto una figura barbina in Puglia, aver rinunciato alla campagna elettorale in Veneto e Lombardia, aver giustamente perso la guida della Calabria e della Campania martoriate e inefficienti, sento dire:
Ah, bisognerebbe cambiare Segretario.
Ah, bisognerebbe cambiare dirigenti.
Ah, bisognerebbe cambiare alleati.
Ah, bisognerebbe cambiare linea politica.
Ah, bisognerebbe cambiare approccio col territorio.
Ah, bisognerebbe cambiare il programma.
Oh, ragazzi: non è che siete voi, a dover cambiare partito di riferimento?
Se di quel partito non vi piace segretario, dirigenza, strategia, tattica e programma, ma perché vi ostinate a votarlo? Eh, dice, il voto utile. Eh beh, dico io. Utilissimo.
L’insostenibile esigenza di minimizzare
Quando, ieri sera, durante e dopo la trasmissione “cross-media” di Raiperunanotte leggevo messaggi entusiasti che annunciavano una rivoluzione mediale in Italia, o quantomeno il primo passo per la stessa, tendevo a obiettare che le logiche produttive e anche distributive della trasmissione erano prettamente mainstream. Produzione onerosa, conduttore e ospiti mainstream, che si rivolgevano ad un pubblico già alfabetizzato tecnologicamente: requisiti che rafforzano e donano nuovi significati a una condizione pre-esistente, ma che non vanno ad intaccare il digital divide presente in Italia, se non in minima parte. Insomma, era la tv che riproduceva sé stessa sfruttando un nuovo canale, da un punto di vista di sociologia dei media di certo non una rivoluzione.
Di sicuro riconosco (e riconoscevo già iersera) all’evento un merito: quello di aver risposto in maniera molto forte alla censura berlusconiana sulle trasmissioni di informazione politica: tra utenti che hanno visto lo streaming via Web e utenti che hanno seguito la trasmissione su tv satellitare o digitale terrestre, i risultati sono clamorosi; di seguito l’apertura di Corriere.it in questo momento,
e i dati di ascolto delle fonti RAI (che stanno a quelli dichiarati da Santoro come quelli della Questura stanno alle dichiarazioni degli organizzatori di una manifestazione):
Anche solo da un punto di vista simbolico (e secondo me andrebbero fatte considerazioni anche su quello pratico, economico, considerazioni che questo esperimento dovrebbe far scaturire), l’evento è importante. Non rivoluzionario, ma forte. Chi non ha seguito ieri sera e ha una connessione ad Internet, oggi saprà cos’è successo e sarà spinto a cercare porzioni della trasmissione su youtube; cercando “raiperunanotte” su Google si troverà sommerso non solo dalle notizie “mainstream” ma dai twit e dai post di molti web-prosumer italiani.
Lo stesso Berlusconi oggi attacca Santoro, finendo col rilanciare la notizia che campeggia come primo titolo su praticamente tutti i più importanti quotidiani online italiani.
Allora perché il titolo parla di minimizzare, se neanche a Berlusconi, quello che ne avrebbe il maggior ritorno, passa in testa l’idea di minimizzare? Semplice: perché a minimizzare ci pensa il circoletto degli oltranzisti anti-santoriani, simpatizzanti del PD_ma_come_dico_io, quelli de “noi il paese reale lo conosciamo bene”. Gente naturalmente “de sinistra” (e di quella una cifra intellettuale) che non vuole partecipare alla celebrazione dell’odiato, popolano, volgare, rissoso Santoro, e che nega l’evidenza dei dati, l’oggettività dell’impatto mediatico e sociale e perfino informativo (latu sensu) di ciò che è accaduto ieri, pur di distinguersi, sussurrando canti rassegnati e distaccati e cinici dalle cassette di frutta adibite, per l’occasione, a piedistallo. E minimizzano: dati, impatto, rilevanza, percentuali: tutto.
Mi rendo conto che il repentino cambio di registro in questo post potrebbe far pensare che io sia incazzato; ebbene, lo sono: queste autocelebrazioni della propria diversità intellettuale (o percettivo-cognitiva? sarebbe da chiederselo), in cui con dialettica d’annata infarcita di fuffa polverosa ci si vorrebbe convincere che “non è successo niente” forse per appagare istinti masochisti travestiti da rassegnazione, o per interessi di altro genere rigaurdo alle linee politiche da sponsorizzare e quelle da affossare, o magari perché si è scoperto che il duro lavoro della propria militanza decennale ha ottenuto meno risultati che tre ore di trasmissione di Santoro, o forse per scaramanzia pre-elettorale (paradossalmente non avrei niente da criticare a questi ultimi), onestamente ha rotto le palle. Le ha tritate, direi.
Non c’è nulla – o davvero pochissimo – di rivoluzionario nella Tv che usa il Web. Né la trasmissione di ieri ha convinto un solo elettore di destra a votare PD. C’è molto di rivoluzionario nella maniera in cui si è aggirato un tentativo di censura, in come il Web sia stato un canale fondamentale, nella risposta del pubblico, nell’effetto moltiplicatore e di feedback che i rilanci dei media mainstream (finora solo i quotidiani e le agenzie di stampa, a dire il vero) stanno generando, portando chi non era a conoscenza dell’evento a guardare la differita on demand disponibile online.
Negare questo è semplicemente stupido.
Per approfondire, evito i riferimenti a coloro che critico; piuttosto, ulteriori link (rispetto a quanto citato prima) suggeriti:
- la riflessione di Giovanni Boccia Artieri sugli aspetti mediali dell’evento;
- il grafico/mappa sui trending topics di Twitter postato da Ezekiel su friendfeed;
- ovviamente, la trasmissione ripubblicata su YouTube
E diffidate dai minimizzatori di professione.
Dio delle città e dell’immensità
Torno a scrivere perché certe cose devono essere conservate a futura memoria.
Questo è Berlusconi che saluta la piazza vuota. Sicuramente ora arriveranno un milione di persone a riempirla, eh. E comunque, dopo aver visto “Avatar”, tutto è possibile.
“Ci sono uomini soli per la sete d’avventura,
perché han studiato da prete o per vent’anni di galera,
per madri che non li hanno mai svezzati,
per donne che li han rivoltati e persi.”
(Anonimo poeta del ’900)
Jabberwocky
Mancano circa 24 ore alla presentazione della Prossima Cosa targata Apple e, visto che neanche per il lancio dell’iPhone mi ero fatto prendere così tanto dal ciclone di indiscrezioni che precede questo tipo di eventi, ne approfitto per tirare le somme delle indiscrezioni e mescolarle con un po’ di mie aspettative sull’oggetto in questione in modo da contribuire all’entropia e aumentare la confusione generale.
Design e features
Tutte le indiscrezioni e i mockup pubblicati sembrano andare nella direzione di un grosso iPod Touch, di circa 10 pollici di diagonale. Fino a un mese fa la voce più ricorrente sembrava puntare verso un primo lancio di un dispositivo da 7 pollici cui sarebbe poi seguito un upgrade a 10”, ma ora le voci sono piuttosto concordi nel parlare di qualcosa che va tra i 10 e gli 11 pollici di diagonale. C’è da notare che, mentre i 7 pollici, con una cornice “minimal”, sarebbero comunque rientrati nel concetto di “tascabile”, 10 pollici in tasca sono decisamente più impegnativi. Certo, dipende dalle tasche. Andando sul personale, è da un anno che sognavo un iPod touch con scheda 3G e grande almeno il doppio: scrivere sull’ipod touch è impegnativo quando si vuole esprimere un concetto che vada oltre le 3 righe, e anche leggere non è il massimo se non si capita su siti con versione iPhone/Mobile, o che siano stati pensati con un buon design dei testi.

Target
Le indiscrezioni dell’ultima settimana descrivono l’iPad (o iSlate, o Canvas, o iBook… per il momento facciamo iCoso) come uno strumento per tutta la famiglia, o comunque “da casa”, che possono utilizzare più persone, il riconoscimento delle quali sarà basato su un sistema di riconoscimento facciale che sfrutterà la cam integrata. Sempre negli ultimi giorni Appleinsider, Jesus Tablet, MacRumors e tanti altri continuano a raccontare di accordi siglati con editori (l’ultimo di cui ho letto mi sembra essere MacGraw Hill). Quindi da un lato si rincorrono le voci che vogliono fare dell’iCoso uno strumento casalingo, da lasciare sulla scrivania e che ognuno potrà utilizzare perché ad ognuno verrà presentata l’interfaccia personale del dispositivo senza bisogno di noiose operazioni di disconnessione/login; dall’altro lo si prospetta come la killer application per l’introduzione massiva dei libri elettronici nelle scuole.

Tenendo conto che scopo di questo oggetto sarà (mi sembra evidente almeno per giustificare l’hype generato) quello di creare una nuova fascia di mercato, posizionata a metà tra lo smartphone e il notebook, nessuna di queste due applicazioni mi colpisce particolarmente. Ad e-reader decisamente più interattivi dal punto di vista dell’input utente ci saremmo arrivati comunque (gli e-reader attuali non sono di certo sostitutivi dei libri scolastici proprio per le limitate possibilità di interazione col testo scritto, di pubblicazione di immagini a colori, di completamento delle pagine con input utente..); mentre ciò che io – personalmente – cerco in un dispositivo non è una sua presunta “condivisibilità”, ma al contrario la massima personalizzazione, l’estensione delle mie capacità operative/cognitive, una portabilità elevata che lo renda sempre presente unita ad un’usabilità superiore a quella dell’iPod Touch/iPhone: più schermo, poco peso, più batteria, più potenza di calcolo per farci – ecco dove mi colpirebbe – fotoritocco e mediaediting in generale, applicazioni in multi-tasking, office automation e input di testi con comfort maggiore di quello fornito dai fortunati dispositivi touch per ora disponibili nel bouquet Apple.
E magari, sì – tanto per citare un’altra delle indiscrezioni che girano ultimamente – fruizione di contenuti multimediali (video HD in streaming e non, per capirci) anche se per ora (e questo va sottolineato, visto che in Apple sono bravi a creare nuovi bisogni oltre che a reinterpretare gli attuali) non mi sembra ci sia questa esigenza di guardarsi un film tenendo una roba in mano. Continua ad essere preferibile la postura seduta o sbragata sul divano, a mani libere, insomma.
Interfaccia
Un grosso dispositivo senza tastiera sposta la sfida sul rapporto uomo-macchina, il territorio, dal mio punto di vista, più interessante. Lo smartphone senza tasti è stata una scommessa stra-vinta, anche se il tasto fisico continua a farsi preferire in alcune circostanze “estreme” (è impossibile utilizzare il tatto mentre non si guarda l’iPhone, insomma). La sfida è stata vinta contro le classiche tastiere numeriche, il pennino, scomodo prototipo declinato in varie forme per geek amanti delle sperimentazioni, e contro le tastiere estese, le QWERTY alla Blackberry, per capirci. Il paradigma (argh, l’ho scritto ancora) contro cui va a scontrarsi – sempre rifacendosi alle ipotesi – l’iCoso è invece quello dell’input mouse+tastiera (o tastiera+trackpad, pensando al mondo dei netbook, altro settore che pare Apple abbia nel mirino col nuovo oggetto).
Da questo punto di vista la sfida è più difficile, decisamente, ma altrettanto affascinante. Io per primo sostengo che l’apparato mouse+tastiera sia obsoleto e dato troppo per scontato, visto che sono… due decenni? che non subisce attacchi. Ora la tecnologia sembra essere pronta per modificare il nostro rapporto con il personal computer anche dal lato dell’input utente, e io non vedo l’ora di testare il tutto. Qualcuno dei siti summenzionati, che negli ultimi tempi non hanno risparmiato sui rumors, ha pubblicato anche una serie di scansioni su brevetti per particolari gestures che andrebbero ad aggiungersi a quelle che formano il vocabolario attuale del multitouch declinato da Apple: il flip (dito che scivola e poi si alza dallo schermo) e “l’atterraggio” (l’esatto contrario, dito che comincia il movimento senza toccare lo schermo e lo continua scivolando su di esso) tanto per fare due nomi. Di certo sostituire completamente la tastiera, nel senso di rapprsentazione grafica o fisica di lettere dell’alfabeto, mi sembra piuttosto complicato. Più affascinante è l’ipotesi di utilizzare lo stesso iCoso non solo come apparato a sé stante, ma anche come device di input aggiuntivo (magari collegato ad un monitor) o, come in una delle foto pubblicate, a sua volta come dispositivo di solo-output, collegato ad una tastiera apposita, che oltre ai tasti offra un nuovo sensore multitouch.
Ecco, queste sono decisamente le caratteristiche che mi fanno dire “lo comprerò” prima ancora di sapere di cosa si tratti. Sempre che vengano mantenute queste promesse apocrife, sia chiaro.
Jabberwocky
“Jabberwocky” è il nome di un progetto fittizio che Ted, il geniale protagonista di Better Off Ted, improvvisa per coprire lo spostamento di fondi attuato per compiacere una sua fiamma. L’indiscrezione si gonfia talmente da costringere lui e il suo capo a improvvisare una presentazione per compiacere capi e dirigenti tutti, ansiosi di far parte di questo progetto rivoluzinario. La presentazione colpisce tutti non parlando di nulla e non mostrando nessun prodotto, ma nessuno ha il coraggio di chiedere “ma di che cosa stiamo parlando?”.
Ecco, mi spiacerebbe, l’effetto-Jabberwocky. L’hype è enorme, più in USA che qui da noi, e le voci – che sono sicuramente pilotate anche da Apple – hanno creato aspettative che sarà molto difficile non disattendere. Su questo non-prodotto, l’iCoso, ho letto già analisi finanziarie, previsioni di vendita, scenari possibili. E che tra le feature c’è la lettura nel pensiero. Il rischio figuraccia, insomma, è dietro l’angolo; e stavolta avrebbe ripercussioni pesanti anche a livello finanziario, temo.
Per finire, un consiglio adattissimo quando si tratta di prodotti Apple: comprate la seconda generazione. Costerà meno e avrà quelle caratteristiche che animeranno tutte le critiche alla prima release. Aspettate a comprarlo, quindi, qualsiasi cosa sia. Almeno voi, dico.
Credits: i due mockup nelle foto sono presi rispettivamente dal Sole24Ore e da MacRumors
Ci saranno sicuramente, e saranno tanti
quelli che proveranno a convincervi che Avatar è un filmetto. Perché non ha trama, o ha una trama scontata, Pocahontas e Balla coi Lupi e chissà quanti altri film, quanti romanzi.
Ci saranno quelli che, costantemente ansiosi di distinguersi, maniaci della provocazione fuori dal coro, dileggeranno il trionfo popolare sulla base dell’equazione “se piace a molti, allora fa cagare”, corollario logicamente sballato dell’argomento “miliardi di mosche mangiano merda”.
E poi ci saranno quelli cui non sarà piaciuto, perché avranno scelto di vederlo in una sala tradizionale, 2D (difficile immaginare una maniera più efficace per bruciare 7 euro).
Ecco, fregatevene, scegliete una sala 3D ben attrezzata, mettetevi comodi, rilassati, e pronti a imparare una nuova maniera di stare al cinema; preparatevi a impressionarvi per i dettagli e fregarvene della trama o dell’intreccio, ad apprezzare una montagna sospesa o una medusa flottante, e a godervi mezz’ora di battaglia in apnea.
Insomma, andate a vedere Avatar, perché è il film che passa il confine e che impone un nuovo standard. E potrete dire di averlo visto.
Copywriter con innesto mnemonico
(ottimo esempio di marketing: loro sono un’agenzia di collocamento che vuole apparire “dal volto umano” e adeguata ai nostri tempi, con questi annunci appaiono nei risultati di ricerca di metacrawler tipo jobrapido.it, e sul loro sito svelano il gioco. peccato per la carenza di informazioni e il non aggiornamento dello stesso sito – www.futurejobs.it – però un 8 se lo meritano)
Adotta una tetta – uno dei soliti metapipponi in cui incappi se mi leggi.
Su Friendfeed - il robo che fa sì che il mio tasso di posting su blog sia ulteriormente diradato -ad intervalli regolari e sempre più frequenti si tende a parlare… di Friendfeed; uno degli esercizi di stile più frequente è la lamentela riguardo alle conversazioni più di successo sul mezzo. Secondo la minoranza rumorosa i thread più rappresentativi di Friendfeed in questo momento sarebbero di due tipi: quelli che attirano con immagini soft-porno, e quelli lanciati da personaggi “forti”, attrattori di commenti e like indipendentemente dalla profondità del messaggio emesso.
Affronto questo meta-meta-argomento (onanismo, nothing more) oggi, sollecitato da alcune considerazioni di @markettara che si lamentava della mancanza di successo riscontrata su alcuni suoi messaggi riguardanti una campagna di sensibilizzazione su AIDS e HIV, campagna che provava a promuovere proprio su Friendfeed.
Questa storia del softporno e dei vip – e le lamentazioni sul tipo di conversazione più “di successo” in genere – ha stracciato i maroni: anche se questo fosse il vero trend delle conversazioni su friendfeed, 1) non è lamentadosene che lo si inverte, 2) probabilmente il mezzo (FF) condiziona a un certo tipo di conversazione “light”. Questo vuol dire che anche il più nobile dei messaggi (una campagna contro l’AIDS) se veicolato in maniera non immediatamente rilevante, passa inosservato. Ecco perché la tetta vince: design perfetto, desiderabilità, e tutti possono dire la loro. La tetta (in senso lato) è quindi il testimonial ideale per una campagna di self-marketing su friendfeed. (inciso: non funziona così anche la pubblicità? bambini, cuccioli e culi, quando un pubblicitario non ha idee sa benissimo cosa fare per attirare l’attenzione e sfangare una campagna; su friendfeed la trinità del colpo sicuro diventa “gattini, tecnologia e tette”. siamo lì).
Probabilmente il post di markettara sull’HIV non aveva lo stesso appeal di una bella tetta: regola numero 1, non farne una colpa all’audience. Dirò di più: medium is message, ma anche author is message; se vedo per due volte in una mattinata il link ad un’iniziativa sull’HIV che sfrutta come canale facebook (brrr) ed è veicolata da un mio contatto che ho sottoscritto ma che ha come nick “markettara”, io un po’ storco la bocca. Il suo post l’ho visto e non l’ho like-ato perché 1) non avevo voglia di approfondire; 2) date le condizioni precedenti non mi sentivo di appoggiarlo al buio.
E’ una mia colpa? Non credo. E’ colpa di Friendfeed? Non credo.
La domanda diventa: esiste la possibilità di veicolare “con successo” (intendendo per successo un congruo riscontro in termini di moneta sonante, ovvero like e commenti) messaggi “impegnati” su Friendfeed? La mia risposta è: naturalmente sì. Ma l’attenzione nella costruzione del messaggio da postare (e quindi il tempo impiegato per costruirlo, l’attenzione ai dettagli – dal copywriting alla scelta delle immagini finanche alla scelta dei nickname che lo devono veicolare per primi) deve essere direttamente proporzionale non tanto alla “pesantezza” del messaggio (peraltro difficile da misurare) quanto alla distanza dei contenuti del messaggio da quella che è la moda degli argomenti sul proprio canale. Insomma, non è la nobiltà dell’argomento trattato che farà sì che il proprio post venga apprezzato, notato, condiviso da altri; quanto la forma con cui lo si veicola.
Il rapporto costi/benefici, ecco, a questo punto diventa una ulteriore variabile da calcolare.
Corollario: una sottocategoria dei lamentatori è costituita dalla Confraternita degli Afflitti del follow di ricambio. Ovvero quelli che hanno passato un po’ di tempo a sottoscrivere i FFer da loro individuati come “Vip”, ne hanno passato parecchio aspettando di essere ricambiati, e che ad un certo punto non ce la fanno più e sfogano il loro rancore verso questi Vip che non li ricambiano e non sono Vip per nulla. Il cortocircuito logico alla base di questi comportamenti (umani e comprensibili, sia chiaro, ma visto che ho preso l’argomento…) è evidente: se l’utente n00b X ha sottoscritto Vip1, Vip2 e Vip3 in quanto Vip, perché loro dovrebbero ricambiare? n00b X non è mica un Vip.. Forse è n00b X che ha fatto il vero errore: sottoscrivendo per “fama” e non per contenuto alimenta lui per primo il meccanismo di cui, tempo qualche settimana, finirà per lamentarsi. Wake up, young n00b.
Colonna sonora: Metallica, “Sad but true”
E adesso, consigli per gli acquisti
La decisione di Paul The Wine Guy di cancellare la sua identità digitale è già in fase di digestione, o almeno così sembra leggendo qui e lì; prima che, acconsentendo al suo volere, tutti noi ce ne dimentichiamo, voglio spenderci due parole, non tanto sul PTWG “persona” quanto sulle cause e le conseguenze della sua autocancellazione.
Paul, webbicamente, appartiere alla tipologia dei generosi, dei produttori. E’ uno che pubblica parecchio. Se ha un’idea, la mette in piedi e online. Al netto delle considerazioni su ego e autocompiacimento e tutto quanto si può dire di chiunque assurga ad una qualche forma di notorietà, Paul nel corso dei.. tre anni? che lo vedono in pista ne azzecca diverse. “Understanding Art for Geeks”, la sua gallery che storpia classici dell’arte con simbologia tipicamente tecnologica, finisce per avere una visibilità superiore a quella che lo stesso PTWG sperava; tanto da indurlo, dopo l’apparizione sul CorSera online e mentre aveva oramai varcato i confini nazionali, a chiudere la gallery e far sparire le immagini, per non incorrere in qualche denuncia per violazione del copyright, non abbastanza remota da fargli rischiare il suo anonimato – probabilmente l’unico spauracchio cui sottoponeva le sue decisioni sulla gestione della sua identità online.
Poi i cartelloni elettorali modificati, il “Sex Everywhere”, e “Basta con le cazzate, torniamo alle notizie importanti”, senza trascurare b-trail, un servizio di aggregazione, condivisione e commento niente male – per quanto migliorabile e sgrezzabile e bisognoso di makeup – ora anch’esso giù, segato, pronto ad essere dimenticato. Tra l’attitudine a creare gallery tematiche e l’attenzione al paradosso della quotidianità che accade sotto i nostri occhi, PTWG finisce per essere un hub, un punto riconosciuto dove segnalare quanto di strano, freak e grottesco avviene in alcuni ambiti della nostra società. Il piglio da fustigatore del marketing sfacciato e a volte pecoreccio che, a ondate, prova ad impadronirsi di una serie di spazi a cui evidentemente PTWG teneva sia per indole che per amore del personaggio che interpretava, chiude il quadro di una personalità che era stata in grado di passare da piccolo rompiballe a nodo riconosciuto nel mondo dei blog italiani in un tempo relativamente breve.
Fino al culmine (dell’autoreferenzialità da lui sempre denunciata): dopo le citazioni sui portali mainstream, la premiazione alla Blogfest. E quindi, di conseguenza, l’abbandono, la chiusura di tutti gli account: tutto quello che PTWG aveva prodotto e aveva commentato e condiviso non è più (facilmente) rintracciabile. Qualche traccia resterà sicuramente in qualche HD di appassionati, qualcuna, temporaneamente, nella cache di Google, e altre saranno rintracciabili da servizi come web.archive.org, ma saranno solo brandelli e di certo questi ritrovamenti non sarebbero graditi al suo autore (approfitto di quest’inciso per chiedergli scusa di quanto sto riportando a galla).
Il punto è: come mai il web non riesce a premiare un creatore di contenuti riconosciuto da un pubblico come PTWG? Perché non c’è stata nessuna offerta economica in grado di farlo rinunciare (almeno in parte) all’anonimato e a far diventare un lavoro quello che lui invece curava sottraendo tempo ad altre attività, alla famiglia, e nonostante il lavoro, elementi che lo stesso Paul riconosce, in un’intervista recentissima, come concause del suo programmato abbandono? Insomma, se il web nostrano non riesce a convincere un PTWG a continuare a produrre contenuti apprezzati e quindi click e quindi a coltivare un audience, qual è la direzione intrapresa dal web, in particolare da quello italiano?
Il business model (locuzione rimasticassima che dona una nobiltà immeritata a tutto un esercito di espedienti) sembra premiare solo i grandi numeri: grossi portali di news che contano su redazioni strutturate, i servizi che ospitano e permettono la creazione di UGC (ma non gli utenti che vi contribuiscono), i publisher che sottopagano copincollatori di professione, lo sbocco anelato verso media tradizionali. I profitti veri e “indipendenti” per ora vengono esclusivamente dalle consulenze a grandi aziende o committenti, che quindi in una maniera o nell’altra, pubblicando come editori o selezionando forza lavoro come committenti, continuano a gestire informazione e contenuti anche su web. I modelli pubblicitari adottati, nutriti e imposti come standard da Google, non fanno altro che rafforzare metriche quantitative identiche a quelle utilizzate per la televisione, il media che molti vedono come l’antagonista reazionario da combattere con i contenuti provenienti dal basso, la meritocrazia democratica, la scelta sempre disponibile e a portata di click, e che invece risulta il modello cui si tende, con molta timidezza e senso di soggezione.
Insomma, la storia di PTWG è emblematica ed è un pretesto. Il web è gratis quindi tutto è condiviso. Ma se tutti i contenuti sono gratis, l’utente pagherà solo i servizi, e lascerà alla pubblicità il compito di sovvenzionare chi produce contenuti. Pubblicità che sul web si calcola con metriche identiche a quelle dei media mainstream, quindi puntando esclusivamente sulla quantità (le metriche per la qualità servono solo ai sociologi, mi sa); di conseguenza solo i grandi content provider, i portali che accentrano e che riescono a convogliare e fidelizzare utenza con aggiornamenti a frequenze elevatissime e a massimizzare la loro presenza sulle keyword di ricerca più utilizzate nel determinato momento storico riescono a guadagnare qualcosa con la pubblicità, o quantomeno tolgono respiro ai piccoli, cui rimane qualche spicciolo (e non è una metafora consunta, qui si tratta proprio di spiccioletti) con cui non riescono neanche a pagare lo spazio web. E che vengono perciò confinati a ruoli di secondo piano e contentini – nel migliore dei casi – da poche migliaia di euro: la pubblicazione del libro, tipicamente, o la comparsata in tv, o entrambe. Fino al prossimo oblio (Pulsachi?). Dall’altro lato i freelance professionisti dell’autopromozione agonistica, che spesso varcano il confine dello spam pur di massimizzare il loro impegno, finché il loro unico impegno non diventa intercettare keyword e spammare quanto si pubblica; e il paradosso è compiuto, i contenuti originali degli utenti diventano un pretesto per assecondare le logiche automatizzate della pubblicità, unica fonte economica accessibile. Più cala l’originalità, l’indipendenza, la spontaneità in favore della meccanizzazione del posting, più si verrà premiati. E buonanotte ai sogni di chi pensava che sul web si potesse davvero realizzare un’altra forma di comunicazione.
Quale futuro ha un web così organizzato? Le carte in mano ai produttori di contenuto “dal basso” sembrano poca cosa: tentativi più o meno mascherati di blogring, confederazioni che provano ad adeguarsi alle regole del gioco facendo cooperativa (quando va super-bene) e convogliando click e pubblicità, o il nanopublishing, in alcuni casi – neanche troppo rari – una forma di schiavismo contemporaneo tutto votato alla massimizzazione del ricavo a spese tendenti a zero. Davvero poca roba, in attesa della nuova piattaforma di pubblicazione verso cui convogliare i produttori generosi e da cui ricavare il massimo. Al netto del mitologico tramezzino con cui intortare il prosumer di turno visto come conferenziere, uditore, o potenziale vettore di marchetta, cosa ha guadagnato il web quando ha rinunciato alla sua primitiva e grezza essenza di alternativa di nicchia per diventare un mezzo dall’enorme bacino di utenza potenziale? Se, da un lato, il livello dei servizi disponibili e le possibilità di pubblicazione sono da sogno e continuano ad evolvere, dall’altro stiamo creando o quantomeno assistiamo inermi alla creazione di un sistema arido, dotato di una meritocrazia perversa in cui le regole con cui si stabilisce il merito sono fatte, un’altra volta, l’ennesima, da numeri e pubblicità.
La misura dell’usabilità
Riporto qui una discussione partita da un post di Uriel, appassionato e documentato, proseguita su Friendfeed, ma che non posso proseguire su quel mezzo perché nel frattempo il feed di Uriel è diventato privato – le tracce della conversazione sono comunque rintracciabili in coda a quest’altro post. Inoltre FF non è il massimo quando i concetti da esprimere richiedono più di 5 righe e quando si vuole rispondere a più proposizioni, quindi mi va benissimo provare ad argomentare qui sopra. Uriel naturalmente è il benvenuto nel caso gli interessasse proseguire la discussione.
Sintetizzando al massimo la posizione di Uriel, per lui l’usabilità è (cito letteralmente)
Questa MISURA e’ l’usabilita’. La quantita’ di SOLDI che le aziende spendono per supportare il cliente ad usare le funzionalita’ dell’oggetto.
Il dominio di discussione e il contesto in cui Uriel applica questa frase è quello del binomio carrier di fonia – produttori di terminali, binomio peculiare (vi risparmio le puntualizzazioni in merito) perché spesso a fare customer care per il terminale non sono i produttori di terminali, ma i carrier telefonici; carrier che hanno anche un potere in fase progettuale, avendo loro l’ultima parola sull’ingresso in un determinato mercato nazionale di un particolare terminale.
La mia posizione è riassumibile in due enunciati:
- L’usabilità misurata contando le richeste di Customer Care per terminale per data feature, rapportata o meno ai ricavi in traffico dati e fonia da quel terminale, non è una fotografia reale dell’usabilità complessiva di un terminale;
- Anche il resto dell’usabilità, pur non misurabile secondo le formule di Uriel, e delle Telco, ha un’importanza commerciale e produce ricavi.
Il punto 1 è semplicemente dimostrabile. Al Customer Care arriveranno segnalazioni del tipo “non riesco a configurare l’APN”, “non riesco a configurare il push per l’email”, “il mio cellulare non manda più sms”, “non riesco ad installare la suoneria del gattino Virgola”. Nessuno chiamerà mai un customer care di un carrier di fonia per segnalare che per scrivere un sms ha bisogno di 10 click, o di quanto sia frustrante non poter collegare la propria rubrica all’agenda, o di quanto scomodo sia raggiungere le accentate sulla tastiera di un particolare sistema operativo mobile. Eccetera, eccetera. Ma è ovvio che questi siano problemi di usabilità: non c’è un’altra maniera per chiamarli. Il fatto che questo sottoinsieme di problemi non sia misurabile dall’unità di misura di Uriel non li rende inutili, non afferenti all’usabilità, o altro; semplicemente, la misura utilizzata da Uriel è una misura funzionale esclusivamente alle Telco per calcolare il rapporto costi/benefici dell’ingresso sul mercato di un dato terminale (o sistema operativo), che perciò fotografa una porzione del problema afferente solo al binomio telco-device in oggetto.
Pensare che, dato che le Telco non possono misurare l’altra (grossa) fetta di usabilità che fa parte del design dell’interfaccia hardware e software di un terminale, i produttori di device telefonici rinuncino a lavorarci è ovviamente fuori dal mondo. Il lavoro fatto, a questo proposito, proprio sull’iPhone, è a testimonianza del contrario. A meno che Uriel, e le Telco, non credano che alcune soluzioni funzionali siano semplicemente precipitate nel sistema operativo utilizzato, senza nessuno studio, nessun progettista coinvolto, nessun test preliminare. Perché, allora, un colosso come Apple investe in usabilità non misurabile dalle Telco, costringe Windows Mobile ad inseguire, fa smuovere Nokia che immette il secondo flop consecutivo per la serie N? Perché gli utili generati dalle Telco per uno specifico terminale non sono l’unica preoccupazione dei produttori di device telefonici, naturalmente: il loro core business dovrebbe essere quello di vendere terminali. Nel caso dell’iPhone c’è da considerare anche l’AppStore. E se il passaparola degli utenti, analisi di usabilità, articoli prezzolati o meno, buzz e quant’altro esaltano iPhone e declassano a preistoria Symbian e WM, io credo che qualche problemino in casa Nokia, HTC, Samsung e Microsoft se lo facciano. E la locuzione “io credo” è messa lì solo per educazione.
Un altro (non il solo) filone della discussione (animata, direi) intercorsa tra me e Uriel riguarda il parallelo del mercato mobile con altre industrie. Declassate dal mio interlocutore le attività della moda, delle moka e delle interfacce web a giochetti non industriali, non esistendo una complessità industriale e il legame forte rete – device, il paragone è ricaduto sulle automobili. Anche le automobili devono essere omologate per pascolare su una rete stradale “terza”, e di certo per le automobili i problemi di usabilità non si riducono al rapporto automobile-rete stradale. Richiamo questo paragone per rispondere ad un’altra obiezione (fuori luogo, direi) di Uriel: il grosso del traffico lo fanno i terminali da 50 euro, per ogni iPhone venduto ci sono 200 Nokietti sul mercato. Questa obiezione non c’entra una mazza per tre motivi:
- riporta la questione dal punto di vista del carrier; io capisco che essendo l’ambito professionale di Uriel lui tenda a far ricadere la prospettiva sempre in quella zona, ma questa NON è l’unica prospettiva per chi progetta un terminale; non sto dicendo che non ci sia, sto dicendo che non è l’unica;
- iPhone e Nokia 1101 giocano uno sport diverso su un campo diverso per giocatori diversi;
- ma soprattutto, riportandoci alle automobili, non possiamo stare a parlare delle performance di Porsche e Jaguar per poi uscirne affermando che per ogni Porsche venduta ci sono 1000 Matiz sul mercato e che l’ANAS è contenta perché il pedaggio delle Matiz è ancora ben superiore a quello delle Porsche; ad occhio e croce direi che alla Porsche, delle Matiz, frega davvero poco. E dell’ANAS, pure.
Ora, io non ho neanche l’iPhone. Ma posso affermare che l’OS di iPhone è anni luce più usabile di qualsiasi Symbian. Chiunque abbia provato entrambi i SO, diciamo un N97 e un iPhone come terminali, pur essendo l’N97 dotato di un hardware straordinario, non potrà non riconoscere che l’esperienza d’uso di un iPhone è anni avanti. Il punto è che Uriel vuole dei numeri, una misura in grado di provare che queste non sono solo chiacchiere. La discussione mi ha preso, sì, ma non abbastanza da ricercare i dati di vendita di quella fascia di mercato dal momento dell’uscita dell’iPhone. O quelli del traffico dati in Italia prima e dopo l’ingresso sul mercato dell’iPhone. Né credo Uriel accetterebbe due tag cloud con le 30 parole più significative associate sul web a “iPhone” e a “N97″. Il punto è che l’usabilità (complessiva, nel suo insieme, quella ISO) è misurabilissima, solo che misurarla costa: il test migliore sarebbe campionare N persone, dividerle in almeno due gruppi, dotare di iPhone il primo gruppo e di un terminale Symbian o WM il secondo, e assegnare loro una serie di task da completare sul dispositivo. Misurare tempi, numero di azioni e stato di attivazione. Ripetere i test per verificare la curva di apprendimento. Somministrare un test qualitativo per misurare il grado di soddisfazione e comfort nell’utilizzo del dispositivo. Invertire i due gruppi e misurare ancora, e confrontare. Alla fine dell’esperimento avremmo una misura di usabilità complessiva davvero valida.
Io sono sicuro dei risultati di un test del genere. Ci scommetterei parecchio, sui risultati, ecco. Per anticipare le probabili obiezioni di Uriel:
- “Fuffa. Questa usabilità, per quanto misurabile, è monetizzabile?” – Beh, cazzo. Forse non lo è per le TelCo. Sicuramente lo è per quanto riguarda il numero di terminali venduti. Ripeto: se Apple, Microsoft, eccetera hanno dei reparti che, con più o meno successo, si occupano solo di questo, non credo siano dei reparti “a perdere”.
- “Comunque alle TelCo fotte cazzi” – ok. Ma non credo, visto che, in Italia, sono state create delle tariffe e delle offerte esclusivamente per l’iPhone, che ha costretto a cambiare il rapporto dei carrier col traffico dati e con la vendita di terminali; e non credo che questo cambiamento fosse dovuto al numero di chiamate al Customer Care;
- “MMS, bluetooth” – io non ho mica parlato di un terminale perfetto. Ho parlato di un terminale con un’usabilità tale da far sembrare preistoria gli smartphone attrezzati con Symbian e Windows Mobile. L’unica alternativa attuale, nel mondo dei SO mobili, è Android. Che questi terminali non interessino a chi usa i Nokietti da 30 euro e che questi Nokietti portino l’80% del traffico fonia NON è un’obiezione.
Sicuramente ho dimenticato qualcosa, sono stato impreciso, ho tralasciato dei punti importanti: me lo sento, ma purtroppo non posso dedicare tutto il tempo che vorrei a questo post. Almeno ho raggiunto un obbiettivo: sono arrivato alla fine del post senza utilizzare la parola paradigma.
Dai dai dai, facciamole anticipate
Io sottoscritto telemaco a.k.a. cyb esprimo il mio totale appoggio a quella parte dell’attuale maggioranza che, per rispondere alla sentenza che condanna Finivest a risarcire CIR di 750mln di euro come conseguenza della corruzione di un giudice nel caso Mondadori e blabla fuffa varia, sentenza catalogata dai devoti arcoriani come un attacco puramente politico e personale (e le toghe rosse, e il golpe, eccetera – magari se non si fosse corrotto un giudice non ci sarebbe tutto ‘sto casino, bisognerebbe spiegare a qualcuno, e invece sembra un’operazione quotidiana, da quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase, “corrompere il giudice”, una locuzione di uso comune, tipo “cornetto e cappuccino”, o “prendere il tram”), propone una bella manifestazione di piazza (e fin qui, son fatti loro) e elezioni anticipate.
Ma subito, diomio! Anche tra due mesi! O magari sotto le feste, a Natale, così le possiamo commentare con i nostri cari e io posso scannarmi con mio zio Vinilio (sì, si chiama così, ed è un grandissimo zio che mi ha regalato, insieme alla zia, dei grandissimi cugini, però sulla politica e sul calcio meglio glissare) mentre facciamo il bis di agnello con le patate.
Sia chiaro, non perché io, essendo di sinistra, nutra qualche remota speranza di vittoria per il PD (che peraltro finora al massimo è un qualcosa di sinistro – e che al momento difficilmente voterei, anche solo per ripicca per avermi fatto votare RUTELLI alle elezioni per il Sindaco di Roma – ma di certo non solo per quello -però, dico: RUTELLI). No, niente di così utopico. Auspico il ricorso al voto anticipato perché:
- lo so, Silvio, che se ti gira tu ci arrivi a 5 anni filati di monocra.. di governo, ma non sarebbe divertente (te lo assicuro);
- non mi sembra ci siano grandi reality, quest’anno;
- la fase pre-elezione, la campagna elettorale, l’analisi dei discorsi e dei programmi, ecco, quelli sono i momenti in cui vengono fuori 50 milioni di spin doctors; e io mi ci diverto un sacco.
Facciamole. E, Silvio, se vuoi proprio organizzarle in modo da rivincere alla grande, muoviti al più presto possibile, ché quelli dall’altra parte stanno ancora a litigare per la segreteria. Dimentica quella boiata del Nobel e punta forte su questa.







