Uno perde le elezioni, uno che ci aveva sperato, e pensa: ora cerco qualcosa da leggere. Va bene tutto, la spietata analisi che prospetta che il presente nebuloso si trasformi in catastrofe globale, in implosione, in carri armati che girano per strada. O una lucida riflessione densa di spunti construens per prendere una boccata d’aria e di speranza che duri 3 anni, giusto in tempo per le prossime illusioni elettorali. Qualcosa di sincero.

E invece, niente.

I dalemiani (ma non li chiamate così – si incazzano) spuntano, radi, circospetti, su Friendfeed e su Facebook (di post sfacciati al riguardo tra i miei feed non ne ho letti, ma non saprei dire se dipende dalla mia selezione delle fonti o dal pudore che li ha fatti optare per la ritirata strategica), impegnati in incognito a difendere la più triste delle utopie degli ultimi due secoli: il dalemismo radical-chicchettone spinto a propulsione wannabe-intellettual-liberist-pragmatista (mioddio); rintuzzano un’accusa agli apparati qui, accusano i grillini rei di aver partecipato alle elezioni lì, tirano una stilettata acida a Vendola un po’ più in là. Pochi, decisi e organizzati. Del resto, la tattica è sempre stata un pregio riconosciuto all’idolatrato.

Altrove, i veltron-franceschin-chisachialtriani, tipo il buon Wittgenstein, uno peraltro che sembra ci creda, che si impegna, che quasi mi dispiace; uno che però te lo ritrovi a sparare uno dei sillogismi più loffi mai pubblicati sui blog italiani e mi spingerei a dire del mondo: “il PD non è esistito, nell’ultimo anno, si è parlato solo degli scandali privati di Silvio, quindi è chiaro che l’antiberlusconismo non paga“. Da cui, continuando sulla scia dell’illuminata riflessione, ricaviamo che antiberlusconismo = non fare niente. O immaginiamo, per deduzione, che Veltroni aveva stravinto. Facezie di questo tenore che non tengono conto, ad esempio, di CHI si è occupato di raccontare al 90% degli italiani quegli scandali, mentre il PD era immobile. Di Pietro e Grillo, e Minzolini e Vespa, intanto, se la ridono.

Roba da far cascare le palle (ops, le braccia) molto più che una sconfitta elettorale, insomma. Primo, perché non è di nessun conforto, non per me almeno; ah, lo so che non è per confortarmi che gli uni e gli altri scrivono: grazie, ci arrivo. Secondo, perché si tratta del simulacro, del modellino in scala della partita che in questo momento, in tutti i momenti, si gioca nel PD: veltroniani, dalemiani. “Minoranze” e “maggioranze“. Una lotta di posizione combattuta, sì, ok, ma in punta di fioretto perché mica siamo come quelli lì che pensano solo al potere e ai propri interessi personali. Proprio quello di cui aveva bisogno un elettore che ha perso dopo che ci aveva pure sperato.

E basta anche coi pensierini postelettorali, ché i registri si inacidiscono, la monotematicità non è il mio forte ma alla fine parlo solo di PD, e tutto il resto che avrei da scrivere – e sulla destra che ha vinto ne avrei tantissimo da scrivere, ma tanto non mancheranno di darmi modo di ritornarci – lo ributto giù ingoiando amaro.

(nota finale: mi sono riletto e mi stavo cestinando; mi dico: bastano Gasparri Bondi Bonaiuti e Capezzone a dare addosso al PD, e sulla stessa barca di ’sti qui ci starei decisamente scomodo. né questo specifico post ha lo scopo di innervosire qualcuno. ma oramai l’ho scritto, di rieditarlo per ammorbidirlo neanche se ne parla, e perciò ora è online. tanto la barca è un’altra, e si capisce.)