Da un lato c’è un proliferare di servizi per la pubblicazione online di qualsiasi tipo di materiale di propria produzione.
Testi, immagini, foto, audio, video. I più avanzati di questi servizi sono fruiti da una nicchia di persone, ancora più ridotta rispetto alla nicchia-blogger. Gente che si mette in lista per avere un account su Mogulus, per capirci. Poi, tranne rari casi di eccellenza (e ce ne sono, Tessarolo, Axell, Kurai e compagnia), che fine fanno questi account? Anche in questi casi, inoltre, competenza sul contenitore e contenuti prodotti sono strettamente collegati. E di conseguenza, il pubblico possibile quale può essere?

Dall’altro lato c’è un quantitativo di persone, soprattutto giovani, che hanno un boato di cose da dire senza averne lo spazio (assenza di cui spesso ci si lamenta, in realtà  grandi e piccole, da paese di provincia o da periferia di metropoli).
Lo spazio c’è, “virtuale”, online, ma non ci sono le competenze tecniche o la voglia di investire tempo nell’apprendimento di nuove tecnologie. Giusto: questa gente ha come obbiettivo produrre contenuti, non gestire tecnologia Web.

Sono il solo a pensare che manca giusto un anellino alla catena per innescare un altro tipo di processo, parecchio più inclusivo di quello in atto al momento? Che forse non c’è bisogno di creare tanti piccoli blogger-tech-addicted, ma che basterebbe mettere in comunicazione i due mondi?
Magari i BarCamp potevano servire a questo, potranno servire a questo.