O “due parole sul nuovo template di questo blog”, qualche appunto schizofrenico su un’operazione di analisi-design-sviluppo-deploy durata più a lungo di quanto pensassi.
Perché
Perché negli ultimi mesi, trascinato dalla deriva minimal-chiacchierona di Friendfeed, avevo abbandonato completamente questo spazio, tanto da lasciarne scadere nome di dominio e database, rischiando di perdere il (poco) tutto che c’è. E sarebbe stato un peccato: non tanto per gli altri, ma per me, perché in un periodo in cui tornano di moda gli spazi collettivi e condivisi a discapito di quelli individuali, conservarsi una nicchia proprietaria e personale è una buona via di fuga. E perché quando i politici minacciano sanzioni e chiusure sull’espressione di idee via Web, è il caso di tornare a farsi sentire, o leggere. Anche da dieci persone.
Cosa
Essere il committente di sé stessi è parecchio faticoso. L’analisi dei requisiti è operazione lunga e spalmata nel tempo perché essere sempre col committente porta a questa pigrizia. Per una volta invece mi sono autoimposto di avere un “cosa” da principio, da prima di aprire Photoshop o di scrivere la prima attribuzione CSS; ho fissato subito alcuni obiettivi che, col nuovo tema, volevo raggiungere, e ho provato, con fortune alterne a dire il vero, a raggiungerli; in particolare:
- il primo obiettivo in assoluto è stato la leggibilità; su device estremamente diversi (dai monitor a 22” allo schermo di un iPhone) senza ricorrere a temi differenziati o plugin su misura;
- il secondo, porre al centro dell’attenzione il post, svuotando di widget e icone e flash la sidebar, e cercando di isolare l’accoppiata titolo+contenuto dal resto delle metainformazioni sul singolo articolo;
- il terzo era rinunciare alle immagini grafiche, per provare a rendere tutto, ma proprio tutto, tramite xhtml e css;
- l’ultimo, quello di sfruttare e dare visibilità non invasiva ai sistemi di lifestreaming o di content sharing che utilizzo maggiormente.
Tutto questo, senza modificare la struttura di categorie e tag già presente nel database, quindi rifacendomi a contenuti e organizzazione dei contenuti già definita.
Come
Il ciclo produttivo è stato abbastanza classico, quasi eccessivamente formale per un blog personale, a leggerlo così: carta -> photoshop -> html/css -> sviluppo in locale -> deploy su server. In realtà su photoshop avevo abbozzato solo il flusso dei post, la testata e la sidebar, senza disegnare i commenti. E arrivato al deploy su server c’erano ancora componenti grafiche che hanno subito un ritocco, dal menu principale ai link di navigazione tra post (post precedenti | post successivi); ma questo era prevedibile, il vero successo è stato limitare gli sconfinamenti lungo il processo.
La tecnologia, come in passato, è Wordpress, nella versione 2.7.1 (ovviamente non appena ho pubblicato mi è stata segnalata la presenza dell’update alla 2.8, che per ora mi sono risparmiato).
Ho iniziato da una griglia. 960 px divisi in 12 colonne da 80px ciascuna. Non ho inventato nulla, è una scelta molto consigliata perché 12 è divisibile per 2, 3, 4, 6, e consente perciò di giocare parecchio con l’impaginazione.
La scelta più importante è stata quella del font. Volevo un font serif: sconsigliati in tempi di risoluzioni 800×600 per scarsa leggibilità, è il momento della loro rivincita sia su schermi grandi, che su device mobili web-oriented come iPod touch ed iPhone. La proporzione tra grandezza del font, lunghezza della riga, interlinea l’ho curata parecchio; spero risulti leggibile. La scelta è caduta su Georgia per rispettare un altro criterio: quello della massima compatibilità tra SO diversi. Georgia ce l’hanno proprio tutti, su.
Il post-flow in Home è stata la scelta più combattuta. In origine pensavo ad una Home diversa, con solo il preview dei post, senza metadati (data di pubblicazione, ID, tag); col primo post a tutto schermo e i tre successivi in box subito sotto. Poi ho parlato col committente, e gli ho spiegato che quando io arrivo su un blog, mi aspetto di leggere il primo post e, se mi è piaciuto, mi piace scrollare e leggere i successivi, e che scegliere una Home impaginata con gli abstract avrebbe costretto il lettore ad un sacco di click indesiderati. E così è tornato alla ribalta il semplice “Loop” di Wordpress.
La cosa più divertente (ma non per il committente) è stato rendere tutto tramite CSS; le iconcine che puntano ai feed e ai servizi social, lì sulla sinistra, sono una chic-eria, su. Per non parlare del gioco di sovrapposizioni tra blog-title e menu principale.
I metadata flottanti, il comment-flow e il footer transigono le regole di iper-semplicità che mi ero dato, ma garantiscono un po’ di “movimento” all’impaginazione altrimenti eccessivamente asettica.
La sidebar, oltre alle pseudo-iconcine social, suggerisce qualche percorso di navigazione tra i post in archivio (il form di ricerca, i post correlati, gli ultimi commenti) e punta alla mia attività di micro-posting su friendfeed.
Infine, la tagline. La tagline fissa, sempre lei, una frase che dovrebbe identificare il contenuto del blog e anche lo scrivente, immobile nel tempo, ecco: mi soffocava, mi angosciava il pensiero di dover trovare una frase tanto significativa da contenere tutto questo. La soluzione: creare un account twitter dedicato solo a questo, non il mio personale (peraltro usato pochissimo e solo di rimbalzo da friendfeed), uno nuovo il cui ultimo status update costituirà il sottotitolo del blog; con l’indubbio vantaggio di conservare anche tutte le tagline precedenti. Pacca sulla spalla del committente.
Il dramma del deploy
Beh, non poteva andare mica tutto perfettamente. Il mio database salva(va? ancora non lo so) i post con codifica latin-1, mentre il nuovo Wordpress oramai viaggia su utf-8; questo ha comportato, nel momento dell’aggiornamento non tanto del tema, quanto del motore sottostante, che tutti i caratteri speciali (accentate e simboli) si trasformassero in combinazioni illegibili di altri caratteri. L’unica procedura che ha funzionato è stata l’esportazione completa del DB, il cerca-sostituisci di tutte le accentate, e la re-importazione del tutto. Ore e ore, naturalmente. Con la tristezza nel cuore, poi, mi sono accorto che nel feed rss le accentate sono ancora tutte sballate. Ma oggi no, eh, oggi non ci penso neanche.
Quanto
Tanto, tanto tempo. Più di quello che prevedevo. All’incirca 30 ore di lavoro, con test di compatibilità solo su Firefox, Safari, IE7 e IE8 e Google Chrome.
Speriamo (io e il committente) che almeno un po’ vi piaccia.




