Dal camicione aperto su una maglietta di qualche gruppo dimenticato spuntano fuori ricci corvini e un paio d’occhiali, il mantello d’ombra proiettato da Porta Maggiore copre a fatica la pietra sdentata delle panchine per i passeggeri in attesa del tram.
No, a comprare il biglietto non c’avevo neanche pensato, non faceva per me. Tutto perfetto comunque, manca un’ora al fischio d’inizio, a casa ci arrivo in mezz’ora. Sono ampiamente nei programmi, basta che arrivi un tram, uno qualsiasi, ma preferirei il 516, lo so, la strada è la stessa, il tempo di percorrenza anche, ma mi piacerebbe il 516. Accendo una sigaretta, funziona sempre.
Niente. Un tizio sulla sessantina, quadrato, macchioline sul cranio, pantaloni grigi tenuti su da un paio di bretelle nere, calzino a vista su mocassino marrone, le maniche di un’anonima camicia bianca arrotolate, si asciuga la fronte con un fazzoletto, di nuovo bianco, sembra sofferente, troppo accaldato, mi guarda. Sorride.
D’impatto mi ricorda certi sanvitesi. Non li puoi definire vecchi, o anziani, perché hanno le spalle larghe e le braccia segnate dai nervi, dal lavoro e dalla terra che ancora toccano, e le mani troppo callose, e sono abbronzati del sole ti fori, della campagna, che non rende ambrata la pelle, no. Saranno anziani a 80 anni e vecchi a 90, se mai ci arriveranno, non ora.
Questo è diverso. La bocca che spalanca per prendere aria scopre denti troppo bianchi; ed è pieno d’oro. Alle dita ha delle spirali spesse, dorate, e quando si gira gli vedo una catena al collo altrettanto grossolana. E pesante.
Mi chiama.
Mi avvicino nonostante lo stomaco stringa e il cuore batta, e io presto sempre molta attenzione ai segnali somatici. Il tizio inquieta, soprattutto inquieta il fatto che mi sorrida, e che mi chiami, lì a Porta Maggiore, mi chieda di farmi più vicino, attacchi a parlare in un italiano non stentato ma dall’accento sordo. Mi parla di lui, fatico a seguire perchè cerco disperatamente un senso al discorso, un senso che non sia “questo ci vuole provare”, che in realtà è il mio primo pensiero.
Il 516 non si vede neanche con una seconda sigaretta, il punto è che non passa neanche il 14, nè il 19, non farei tanto lo schizzinoso, ora, e soprattutto la seconda sigaretta era anche l’ultima di un pacchetto di Diana rosse morbide. Quando mi vede accartocciare il pacchetto tira fuori le sue, e le sue sono Marlboro morbide 100’s, e mi chiede di prenderne. E io prendo, chiaro.
Continua a parlare, è americano, ha tante case, e un sacco di soldi, e deve tornare in America. E non sembra essere interessato quando tocca a me parlare e gli dico che ora, proprio in questo istante, dovrebbe passare un fottuto tram perché io dovrei vedere una partita, stasera; mi interrompe subito per parlarmi della casa a San Francisco. Ed è a questo punto che sobbalza, gira il collo in un sacco di pieghe rosse, scandaglia la parete alle nostre spalle finché i suoi occhi piccoli incorniciati da rughe profonde non trovano un bar.
Fa segno con la testa, sorride, dice “birra?” e si alza. Lo seguo, sono in ballo e finisco il giro di pista. Sceglie un tavolo all’aperto, la tensione miografica mi si allenta, essere all’esterno mi tranquillizza; ordina due bionde medie senza chiedere il mio parere. Molti punti persi, amico. Finiamo la birra, e io conosco la planimetria di almeno cinque appartamenti in cinque diversi stati degli USA. Ora me la vorrei svignare. Non sono un tipo troppo estroverso, le persone mi piace conoscerle a piccole dosi prima di frequentarle a grandissime, e lui ha superato il livello di sopportazione per un primo incontro. Al buio e a sorpresa, se non bastasse.
Non ho spicci ma devo chiamare I., mi odierà ma lo devo fare: manca un quarto d’ora al fischio d’inizio e io sono ancora a Porta Maggiore. L’amico ha una scheda e me la presta, io accetto, mentre me la passa sorride e mi dice “Comunque io sono Tom”. Alessandro, dico, e corro dietro al bancone ad implorare un passaggio.
Torno al tavolo e c’è un’altra birra. La scolo, I. sta per arrivare, saluto e faccio per avviami verso le strisce pedonali; il tizio, Tom, mi blocca, mi dice di aspettare, le pulsazioni risalgono, aspetto. Torna con due pacchi di Marlboro, sono sbigottito ma troppo studente per non accettare, mi invita ad andare a San Francisco, per due mesi, suo ospite, senza una lira appresso, tutto pagato e un sacco di regali. Ho una visione, lui che mi accarezza dopo aver sprangato la casa di San Francisco; mi dice di pensarci e di incontrarci lì domani sera, mi lascia il numero della sua residenza romana, una villa, piena di libri, vieni a trovarmi, mi raccomando; finalmente arriva I.
I. guarda fisso davanti, mi saluta mangiandosi le sillabe e diventa di pietra. Gli racconto tutto, ci vado pesante con i dettagli, ancora non ho realizzato completamente l’episodio e ho bisogno di parlare, lui si limita a qualche “ah”; vorrebbe uccidermi, è chiaro.
Mentre cerco la chiave in una delle dieci forse venti tasche che il mio abbigliamento propone, Van der Sar canna completamente il tempo; Ravanelli inventa un gol difficile da posizione angolatissima e corre ad urlare; io entro in casa, raggiungo la tele e ci resto di merda. Tom piange toccandosi in una sala buia piena di libri.
Formazione:
Peruzzi;
Torricelli, Ferrara, Vierchwood, Pessotto;
P.Sousa (Di Livio), Conte (Jugovic), Deschamps;
Vialli, Del Piero, Ravanelli (Padovano)
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Tom