Oggi mi va di scrivere di psicologia. E di ansia. Magari inauguro una rubrica fissa, ma intanto, per ora, parliamo di ansia. E per parlare di ansia partiamo dall’angoscia.
Mentre l’angoscia, nella sua accezione più deliziosamente freudiana, è uno stato di paura senza oggetto (quindi senza nessuno o niente con cui prendersela), l’ansia è più facile da attribuire: si entra in stati d’ansia, tenendosi sul superficiale, per un evento, un appuntamento, un rimorso. Tecnicamente, per un conflitto. Questa definitezza non toglie all’ansia la sua straordinarietà (sì, proprio così): l’essere cioé un sistema di feedback del nostro organismo generato dal nostro organismo e rivolto al nostro stesso organismo. Un loop notevole.
L’ansia è una sensazione propriocettiva di tensione muscolare: il “sentirsi tesi” che la caratterizza corrisponde ad un effettivo aumento del tasso miografico, una misura della tensione muscolare. Questa tensione viene retroattivamente interpretata dal Sistema Nervoso Centrale, ovvero da colui che l’ha causata, come uno stato di malessere. Per farla semplice, il nostro organismo produce una tensione muscolare, una volta prodotta la “sente”, e sentendola la interpreta come disagio, “tensione”, per l’appunto.
L’ansia non è una malattia. Il principale scopo dell’ansia è la comunicazione, ed in particolare la comunicazione di un conflitto al nostro Sistema Nervoso Centrale; questa particolarità la rende un sintomo, e non una malattia. Un po’ come la febbre, ecco. E proprio come curare una febbre senza occuparsi di, non so, eziologia e anamnesi, è miope e artigianale, così sciogliere le tensioni ansiose senza occuparsi del messaggio che trasportavano non vuol dire guarire, ma curarsi. Superficialmente. E un saluto ai consumatori di ansiolitici.
Naturalmente essere ansiosi rientra nel campo delle possibilità umane. Ad essere patologico è lo sclerotizzarsi della fenomenologia, insomma, ma un po’ ansiosi lo siamo tutti. E se nei casi drammatici non si trova la causa, la farmacologia è un ottimo cuscinetto. E permette di vivere. Ma a tutti gli altri, agli ansiosi della domenica, agli hobbysti della tensione, agli apprensivi, consiglio di seguire il mio metodo.
Come molti, entro in ansia quando il mio sistema cognitivo deve sopportare tensioni confliggenti che spingono in direzioni opposte. A complicare la situazione, nel mio caso, oltre ad un filo di introversione che però torna sempre utile, c’è l’istinto radicato (e spesso fonte di sontuose gratificazioni intellettuali cripto-onanistiche) all’autoanalisi estrema, pratica ascetico-agonistica sintetizzabile in pochi step successivi, che raccomando a tutti:
- percepire immediatamente le due (o più) tensioni;
- decifrarle;
- razionalizzarle;
- isolarle dai fattori esterni che ne sporcano l’osservazione;
- verbalizzarle mentalmente;
- immaginare i propri conoscenti, i più stimati e i più disprezzati, mentre affrontano le stesse tensioni, immedesimarsi e studiare come il resto del mondo affronterebbe la cosa.
La raccolta di questa mole di informazioni contribuisce a crearsi un punto di vista esterno per osservare il proprio conflitto, un panorama più astratto e meno settico della causa tensiva.
È solo al termine di questa intensa ed appagante fase di studio, non prima di aver tracciato, sempre mentalmente, una sintesi finale di tutti gli elementi raccolti, che mi decido e vi invito ad entrare, senza ritegno, in ansia.
Serena nevrosi.
