Un pò di televisione.
Qualitel è un indice di gradimento, e non d’ascolto come l’Auditel. Su Digital-Sat.it si trova l’intervista a Sangiorgi che ne spiega le finalità (“diventare un orientamento editoriale“) e la strutturazione: un comitato di saggi ben assortiti, sei mesi di sperimentazione per tarare lo strumento, un capitolato per affidare ad una società il rilevamento dei dati presso il campione. L’Auditel, di suo, è un mostro da abbattere: campionatura criptica, dati suscettibili di strane variazioni, troppi escamotage per aggirarne la strutturazione (basti pensare al proliferare di anteprime ai programmi, ai tgCom che intervallano trasmissioni, artifizi pensati per ottimizzare i dati d’ascolto in funzione delle fasce orarie e delle aspettative pubblicitarie). Attribuisco la pessima qualità di molta della programmazione dei mesi del “periodo di garanzia” (il periodo su cui gli investitori si basano per quotare le inserzioni e verificare gli obbiettivi) proprio al circolo vizioso che è insito in un meccanismo come l’Auditel. Ipotizzare un sistema di rilevazione del gradimento è una scelta auspicabile e illuminata; il punto è che fin’ora non ho potuto leggere nulla relativo a come questo strumento possa essere funzionale per un’inserzionista. L’Auditel è uno strumento di lavoro e di business rodatissimo ed è, fondamentalmente, uno standard. Si può discutere sulla qualità di uno standard che si basa sulla pura “visione”, e non sulla percezione di un gradimento, e che in tale maniera considera gli spettatori-clienti come delle amebe ipnotizzate da uno schermo, che comunque saranno influenzate da uno spot che intervalli una trasmissione da 10milioni di spettatori, sia questa la finale di coppa del mondo, Sanremo, il Grande Fratello o uno spettacolo di Fiorello. Ma per ora è lo strumento, il solo a disposizione. Bisognerebbe quindi ricavare dei dati utilizzabili a partire da questo strumento qualitativo; o magari pesare qualità e qualità con un indice che fonda Auditel e Qualitel, in modo da dare un giudizio pesato agli inserzionisti (che, se abbastanza furbi, ne sarebbero ben contenti). Speriamo, ne va della qualità di ciò che vedremo.
Rivideo, invece, rappresenta l’espressione piena di quello che Mediaset pensa sia il suo utente tipo. E’ un servizio di video-on-demand (Mediaset ci arriva parecchio dopo rispetto alla tanto bistrattata RAI). Parte in versione beta, che fa tanto figo dirlo. Cosa propone? Una selezione di 4 fiction: Carabinieri, Distretto di Polizia, RIS-Delitti imperfetti e Il Giudice Mastrangelo, una selezione quantomeno singolare dal punto di vista delle tematiche, forse una strizzatina d’occhio alle forze dell’ordine e agli apparati giudiziari in modo che non si dica che i rapporti non sono idilliaci. Ma mentre su RaiClick oramai da qualche anno si può accedere ad un archivio di contenuti ampio e gratuito, Mediaset vorrebbe pure farci pagare un euro (99 eurocent in offerta speciale, meglio, perché il prezzo pieno sarebbe di 1.99 euro) per avere a disposizione la licenza per un mese. La miopia e l’antistoricità di questa scelta non merita troppe spiegazioni. Per tornare alla proposizione con cui inizio questo paragrafo, possiamo concludere dicendo che per Mediaset il suo utente-tipo è un pirla.

