Step 1: “Emergenza Rom”
Step 2: Vandalismo politico al Pigneto
Step 3: Spranghe fasciste a via De Lollis (La Sapienza)
Step 4: ?
Pubblicato da Telemaco il 27 Maggio 2008 in Diario Minimo
Step 1: “Emergenza Rom”
Step 2: Vandalismo politico al Pigneto
Step 3: Spranghe fasciste a via De Lollis (La Sapienza)
Step 4: ?
Pubblicato da Telemaco il 27 Maggio 2008 in Pena Capitale
Tempo.
Se ne ho, lo spreco; piacevolmente. Mi piace, il solletico che fa mentre passa. Neanche ci provo a stringerlo; tengo il palmo aperto e mi lascio accarezzare. Sorrido.
Quando non ne ho lo strizzo. Lo presso e comprimo lo sfrutto lo spingo e condenso, ne abuso e maledico l’ombra che si allunga ancora e che dice è finita un’altra giornata; e io no, mica vero, ed ecco che sono le due e fatico a darmi per vinto infilandomi a letto.
Perciò compro tempo. Vendete?
Pubblicato da Telemaco il 15 Maggio 2008 in Diario Minimo
Il balletto di Osservatori e Prefetture su chi possa andare in trasferta e chi no tra romanisti e interisti in occasione della giornata conclusiva (e decisiva) della Serie A, palesa una certa agitazione per i possibili corollari ai due incontri. Per uno strano incrocio di combinazioni, i vincitori dello scudetto (in entrambi i casi) si troverebbero a festeggiare in casa della squadra retrocessa in B proprio all’ultima giornata. Visti anche i trascorsi recenti che caratterizzano le partite tra Catania e Roma, l’ipotesi “altissima tensione” fa parte del gioco.
Senza troppi giri di parole, il “finale di campionato piu’ bello di sempre” rivela ancora una volta la miopia strategica nel trattare stadi e dintorni come zone ad illegalita’ controllata. Soprattutto quando oramai s’è capito che, in certe occasioni, il controllo non ce la si fa proprio a gestirlo, lì. La pratica del “divieto di trasferta” è la foto del fallimento. Una toppa misera, aggirabile senza troppo sforzo; una toppa che raggiunge un unico scopo: rivelare che esiste una falla.
Sperem.
La foto è STORIE IN TERRA BATTUTA - ovvero - se in fabbrica hai un campo da calcio, ma i diritti te li puoi scordare #1 di *RICCIO “il colore del ricordo inganna”
Pubblicato da Telemaco il 21 Febbraio 2008 in Pena Capitale
A Roma coi mezzi ci si muove male.
La favola del Giubileo è finita e ha lasciato tante corse e tanti autobus e tanti tram nuovi e luccicanti. Ma solo a Ovest. Nord-Ovest, Sud-Ovest. Nella Roma medioboghese, al centro o vicina a, che fa tanto cartolina e Caro Diario e Campo de’ Fiori.
Ma Roma non è mica questa. Per fortuna. Roma è un insieme di grossi paesi con nomi di strade consolari, tutti situati a Est, anche perché ad Ovest non ci si può più allargare, è finito lo spazio; ma il Tiburtino, la Prenestina, la Casilina, il Tuscolano, la Collatina, questi posti vengono male sulle cartoline, e allora è difficile che qualcuno se ne occupi sul serio, o che se ne parli. Di questi posti, frazioni di Roma popolate quanto un capoluogo pugliese, ce ne sono molti, e moltissimi ce ne saranno. Sempre più a Est.
Vivo in questi posti. Sono pendolare all’interno della mia città di residenza. Il 542 mi porta fino alla metro B che spacca la capitale fino al Colosseo in un quarto d’ora. Ma bisogna arrivarci, alla metro. Al ritorno evito il percorso inverso che per una strana configurazione della mobilità di massa mi prenderebbe il doppio del tempo, e torno in tram, partendo da Termini. Investendo solo un’ora del mio tempo libero. Solo un’ora, un’ora e un quarto.
C’è di peggio. Il trenino della Casilina, “la metro all’aperto”, tre vagoni di ruggine gialla e grigia che inscatolano esseri umani e odori. I tram la mattina, non i colossi allegri verdi, nuovi e condizionati, che gongolano tra Largo Argentina e Trastevere, ma quelli che tra qualche anno saranno storici ma che per ora sono solo vecchi, che urlano ferro e binari lungo la Prenestina precaria, imbottiti di etnie arrabbiate. Il 451, da cui si esce per forza col mal di testa e di schiena per la pressione a cui si è sottoposti per troppo tempo, per le salite e le discese della Togliatti all’incrocio con la Casilina.
Piano, col tempo, in 8 anni di duro lavoro, di logorio incessante e sfacciato di tutti i direttori del personale e di ogni addetto alle risorse umane che sia passato nella mia azienda, sono riuscito in un’impresa che per molti TempIndeterminati è un sogno lontano, una vittoria alla lotteria: spostare il mio orario di lavoro. Plasmarmelo addosso, cucirmelo. Non sono più obbligato ad entrare per le 9.30. Tanto poco obbligato che negli ultimi due mesi saranno state solo un paio le volte in cui ho timbrato l’entrata in ufficio prima delle 10.00. Una fantasia erotica realizzata; il 542 vuoto, posto a sedere, durata della corsa 15min., poca gente in metro, posto a sedere anche qui, una volata al Colosseo, altro mezzo per un paio di fermate, ufficio. Una mezz’oretta invece che un’ora e un quarto. Tre quarti d’ora di vita tornati in mio possesso. Ogni giorno, dal lunedì al venerdì salvo scioperi malattie ferie e funerali. Fa un sacco di tempo.
Gli slavi arrivano sempre in coppia, sono sempre due ragazzi mano nella mano o abbracciati, lei ha 25 anni e la faccia bianca e non bella, gli occhi col taglio cattivo, vestita come la parodia malriuscita di una romana alla moda; è magra e i fianchi sporgono duri. Ha gambe affusolate e sode. Lui ha lo sguardo di chi sa come funziona un serramanico, ha quasi 30 anni i capelli corti e crespi di un castano inutile, tiene sempre lei, o la bacia anche se ti è a fianco, anche se c’è il rischio che un colpo di lingua ti pulisca una guancia. Se ne stacca, si gira e ti guarda orgoglioso, lei è sua. Ok.
I senegalesi ti fanno sentire piccolo più di quanto tu sia. Sono sculture di uomo nella pietra nera, hanno facce bellissime e stanche; si portano appresso enormi borsoni a base quadrata, neri e di nylon dozzinale, con le cerniere squarciate, che vomitano lembi di qualcosa, ma il loro distintivo sono le bustone azzurre piene di carta che copre falsi di Prada o elefanti in legno e Fendi, Gucci e talismani fasulli. Se vedono uno dei loro sulla banchina, è lì che andranno a sistemarsi per l’attesa; ma non si salutano, non parlano mai, guardano nel vuoto, hanno i globi oculari segnati di rosso e il palmo delle mani giallo. Si siedono se ce la fanno, il carico al loro fianco, e sai che stanno pensando che domani sarà uguale, identico, sempre.
E’ sul tram, mentre sei nascosto dal libro o dal giornale, che riesci a vedere le arabe. Libanesi, afghane forse. Hanno la pelle del viso liscia, soda, di un colore abbronzato ma che fa percepire le guance rosse, e un fazzoletto in testa, ma i capelli sporgono perchè qui è occidente infedele e un po’ di trasgressione fa sentire vive. Hanno occhi enormi e neri dal taglio che ride, e nasi da corvo. Le sorprendi a sfidare il tuo sguardo orgogliose di sostenerlo, e un po’ ti senti in colpa, che poi, perché? Alla fine incocci anche le cinesi. Mute e serie. I cinesi, gli uomini, girano su Mercedes nero brillante o su SUV, ma le cinesi, le ragazze vanno a piedi, tornano alle 9 da qualche negozio-copertura di riciclaggi o di morti nascoste, e sono impassibili, paralizzate in un’espressione che si sforza di non comunicare nulla.
E poi ci sei tu.
Ma Milano non mi piace abbastanza.
Pubblicato da Telemaco il 12 Novembre 2007 in Diario Minimo
Caro “Ultras” che scrivi questo:
http://groups.google.com/group/it.sport.calcio.roma/msg/aa7928fcbbc3c06f
e questo:
http://groups.google.com/group/it.sport.calcio.roma/msg/a3eed777d2535984
Credo che la possibilita’ che hai avuto in passato di affiliarti ad un gruppo organizzato, a sua volta capace di convogliare un disagio probabilmente pre-esistente in un’ottica antisociale e di violenza, ti abbia potuto solo nuocere.
Ritengo inoltre che la maggior parte dei tuoi discorsi siano viziati da alcuni assiomi che, nel caso della psicologia individuale, sarebbero da annotare come “deliri schizoidi”, ma che parlando di fenomeni di gruppo, come in questo caso, possiamo derubricare alla suggestione da prestigio di qualche “leader” che ti ha rincoglionito. In particolare, quelli che più mi colpiscono sono:
Tralascio l’utilizzo di termini come “esemplare”, “condivisibile”, “morale”, “saggiamente”.
Non conosco, dal vivo, persone come te, o forse chi la pensa come te si guarda bene dal professarlo apertamente ai non-iniziati. La cosa non mi dispiace: sicuramente, non siamo fatti l’uno per l’altro.
Spero che, per questo messaggio, non dovro’ trovarmi un gruppetto di incendiari sotto casa.
Ti auguro, comunque, una pronta guarigione.
Distantemente tuo,
Telemaco