Lo sviluppo di servizi Web in questa fase si svolge (almeno!) su due piani diversi.

Tutte le applicazioni che sono state definite come “web 2.0″ hanno raggiunto un livello di maturità  sostanziale: permettono la condivisione di ogni tipo di informazione digitalizzabile, consentono di disgregare, ri-aggregare e condividere stream XML eterogenei. Le novità  vengono dalle varie combinazioni di target di utenti individuato e feature offerte, combinazioni virtualmente infinite ma che non mutano radicalmente la struttura dei servizi.

Icone di servizi 2.0

La sfida “web 2.0″ si gioca ora sulla creazione di ambienti di ampio respiro capaci di attrarre per possibilità , esperienza utente e generica coolness il maggior bacino di pubblico disponibile. I modelli di business caratteristici di questo tipo di servizi sono fondamentalmente tre:

  1. il classico advertising, ovvero la cessione retribuita di porzioni di schermo, di interfaccia grafica, del proprio servizio;
  2. la premiumship, iscrizioni aperte a tutti ma funzionalità  avanzate solo a pagamento;
  3. l’appetibilità , una combinazione variamente bilanciata di bacino di utenza e servizi offerti, capace di invitare all’acquisizione un grosso colosso del mercato.

C’è un altro piano però, più innovativo e ancora sommerso (qualcuno parla da anni oramai di 3.0, a me piacerebbe che, visto che siamo nel campo del marketing, ci si sforzasse almeno un pochino e, se proprio si deve, si trovasse un nome connotativamente più adeguato), che si sviluppa sfruttando geolocalizzazione (GPS), banda larga mobile, IA. L’esperienza utente è coinvolta centralmente in questo processo di evoluzione: il legame di dipendenza da mouse-tastiera-schermo, setting e periferiche di input tradizionali per l’utilizzo di servizi web, si allenta a favore di soluzioni più quotidiane e decontestualizzate.

Gaudi, Google Search Indexing

Sono secondo me significativi, a riguardo, progetti come Gaudi (Google Search Indexing, il progetto di voice recognition targato Google per la ricerca di video attraverso input vocali), e soprattutto come Tellme. Tellme è (da qualche tempo) un servizio della Microsoft Business Division, servizio che conta 40 milioni di utenti, stando ai dati pubblicati sul sito.

TellMe

Il servizio Tellme pensato per l’utente finale combina un motore di ricerca, il riconoscimento vocale e la geolocalizzazione, e permette così di ricercare un’informazione attraverso la propria voce, e di ricevere una risposta multimodale: vocale, grafica-testuale, su mappa, contestualizzata rispetto al luogo in cui si effettua la ricerca e rispetto alle caratteristiche del richiedente. Dal punto di vista dei servizi alle aziende vale da esempio la storia di Domino Pizza riportata come case study sul sito istituzionale: la conquista del mercato degli ispanici attraverso l’erogazione di una “esperienza cliente” più coinvolgente, un CRM automatizzato da un sistema di voice recognition, capace di apprendere accenti e gusti col passare delle telefonate.

Per tornare ai modelli di business, quello di TellMe, tra Servizi a Valore Aggiunto su mobile, valorizzazione dei “suggerimenti” che il motore di ricerca fornirà  in una data zona (nello stesso quartiere, quale pizzeria consiglierà ?), e servizi per le aziende, sembra particolarmente consistente.

La killer-application per il web mobile, comunque, ancora non esiste. Per fortuna, direi. Mi piacerebbe infatti che i talenti e i fondi italiani si concentrassero, per una volta, e magari soprattutto a livello pubblico (ma questo sarebbe sognare, lo so) non nell’inseguimento e nella rielaborazione di idee già  viste negli States o altrove, ma in uno sforzo ingegneristico e creativo mirato alla reale innovazione. Quella vera, che fa cavalcare l’onda, ha ricadute positive e vaste, permette di aprirsi ai mercati internazionali.

OpenSpime

Sicuramente a causa della mia ignoranza (che nel caso mi piacerebbe venisse colmata), gli unici che posso citare sono i ragazzi di OpenSpime, alle prese con Internet of Things e RFID; non li conosco personalmente ma li seguo, li stimo e li ho in simpatia per quello che fanno (anzi, meglio: per il livello di innovazione che c’è in quello che fanno). Ah: OpenSpime ha sede in California, naturalmente.