E’ da un po’ che mi frulla un grillo scomodo per la testa. Ovvero che tutto questo battage riguardo agli “User Generated Content” e al Web 2.0 soffra un po’ troppo di una sorta di enfasi ingiustificata rispetto ai reali influssi esercitati sulla comunità online, o sui media in genere (peggio ancora).
In realtà è una somma di diverse riflessioni a farmi storcere il naso; riguardano fondamentalmente tutti gli aspetti su cui di volta in volta ci si concentra quando si deve esaltare la rivoluzione portata da questo Web 2.0, e riguarda il reale rapporto esistente tra questi contenuti e il mainstream prodotto “dall’alto”.
Cominciamo dall’inizio, dagli “User Generated Content”. I contenuti erano generati dagli utenti anche prima dei blog. Sembra che questo sia un passaggio dimenticato. In piena bolla da new economy, diciamo nel 2000, quando i primi “abbonamenti gratuiti” via linea telefonica si diffondevano (e arrivavano a casa i primi salassi in bolletta Telecom), la disponibilità di spazio Web era scontata. Xoom, Geocities, Digilander.. A differire erano alcune variabili:
- il numero degli utenti effettivamente online, che condizionavano quindi il numero di effettivi “user generated contents” presenti sul Web
- la non-connettività delle produzioni individuali; non c’erano, insomma, al di là dei motori di ricerca “tradizionali”, tecnologie in grado di connettere semanticamente contenuti prodotti da utenti diversi. Technorati o le TagCloud erano di là da venire, certamente.
- la facilità di creazione del proprio spazio. Creare un blog oggi è molto più semplice che creare un sito personale 7 anni fa. Ma di wizard per la creazione automatizzata ne esistevano anche allora.
Riguardo al primo punto, mi sembra inutile confutare un’argomentazione del tipo “più utenti online, più contenuti = maggior qualità degli stessi“. Al di là della legge dei grandi numeri (per cui sarebbe lecito aspettarsi anche che una scimmia messa di fronte ad un blog possa alla lunga tirare fuori un post di Beppe Grillo) [e a dirla tutta magari non dobbiamo neanche aspettare troppo], è facile trovare in rete ricerche che dimostrano come gli utenti che producono contenuti sono una esigua fettina della torta “utente Web”. E di come questi produttori siano per la maggior parte assimilabili ad una deteriminata categoria sociologica: competenze informatiche sopra la media, passione per le nuove tecnologie, età tra i 15 e i 35. Quindi stiamo parlando di “potere” ad un certo tipo di utenti. Che magari, almeno in parte, erano online con le loro pagine personali già 10 anni fa.
Veniamo ai tag. Li possiamo definire come una forma di aggregazione dei contenuti puramente semantica, basato sul contenuto, è una delle caratteristiche davvero innovative del Web 2.0. Caratteristica, inoltre, che viene lasciata in mano agli utenti. Anche ai “non produttori”. Che, in molti dei servizi più o meno consapevolmente Web 2.0 branded, hanno la facoltà di assegnare una o più parole chiave descrittive (questo sono, i tag) al contenuto che stanno, in quel momento, micro-recensendo.
Diciamocelo chiaramente: ogni utente che tagga è un punto in più nello strutturato “auditel 2.0“. Ogni link ricevuto da un altro blog, è un punto in più di autorità per Technorati. Insomma, fatalmente si ricreano meccanismi stranoti di cattura dell’audience per emergere dalla massa dei “produttori di contenuti”. Lo stesso meccanismo delle tag cloud, così graficamente gradevole, non è altro che un invito indiretto alla massificazione. Il tag più GROSSO nella nuvola è quello più utilizzato dagli utenti. Il blog più linkato e più clickato, è il blog che emerge dalle classifiche. Ma anche la trasmissione con più auditel è quella più vista dai telespettatori. E si sa che questo non coincide assolutamente con l’eventuale “qualità” della stessa.
Aggiungiamoci un po’ di mitologia del Web 2.0: una spruzzata abbondante di “faccio i soldi col web“, un filo di “io ho qualcosa di originale da dire“, e un’abbondante fetta di “è tutto finalizzato alla notorietà“. Otteniamo un rapporto perverso, circolare, con i media tradizionali.
Da un lato, per farsi trovare, è necessario scrivere di argomenti attuali, noti, resi di interesse pubblico dai media tradizionali, in particolare dalla televisione. Perchè è la televisione a fornire le “keywords” più ricercate.
Dall’altro, per arrivare all’obbiettivo mitologico espresso qualche rigo più su, per fare i soldi, per essere “noto”, è necessario arrivarci, alla televisione. O magari ad un quotidiano. Basterebbe anche un periodico, toh. Essere chiamato per l’ospitata, o per un articolo.
Venire inglobato, istituzionalizzato, e finalmente togliersi la maschera e abbandonare quella perdita di tempo che era il proprio blog. E rivendere la propria notorietà in consulenze strapagate.
Chissa’, magari non ci vorra’ molto.
18 Maggio 2007 alle 1:00 pm
Sono in crisi di rigetto da web2.0, e dal mio twitter puoi capire perche’, pero’ non mi pare nemmeno corretto dire che l’unico scopo per cui si apre un blog e si partecipa sia arrivare in qualche maniera al “successo”.
In merito invece all’esperienza del wiki come “collaborative learning environment” ti segnalo questo:
http://blog.nicolamattina.it/?p=440
Nicola sta organizzando un master in stile web2.0
18 Maggio 2007 alle 4:42 pm
Ovviamente estremizzavo. Il finale e’ l’iperbole piu’ o meno ironica su quello che sostenevo in precedenza.
Pero’ che il ciclo delle informazioni sia sempre meno “net-user to mainstream” e sempre piu’ “mainstream to net-user to mainstream” e’ una cosa che noto da un po’, e proprio per quel principio di ricerca della “monetizzazione”, che per forza di cose passa dalla notorieta’, che postulavo.
Proprio sul blog di Nicola Mattina ho espresso lo stesso concetto, oggi, riguardo ad una sua lettura dell’oramai famigerato servizio della BBC sul child abuse e la Chiesa Cattolica.
24 Maggio 2007 alle 2:30 pm
[...] Quindi. Quindi non è la blogosfera ad essere entrata e ad aver “piegato” le dinamiche della multinazionale. E’ quest’ultima che ha piegato la blogosfera alle proprie esigenze di immagine, di posizionamento, di visibilità. (Tanto le esternalità sono gratis, ok è un commento maligno però non ce la facevo a trattenermi). Mi suona come una roba che già pensavo.. [...]